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Dott. Angelo Villa

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Dipendenza nella relazione: tra ideale e mancanza

2025-07-14 12:00

di Alessia Vietti

FORT-DA numero 5/2025,

Dipendenza nella relazione: tra ideale e mancanza

di Alessia Vietti

Dal punto di vista della coscienza la dipendenza può essere interpretata a partire dal termine inglese addiction derivante dal latino ad dicere che significa consegnarsi a,  arrendersi. Chi inizia ad usare una sostanza o a praticare un’attività fino al punto che questa prende il controllo della sua vita, distruggendola, può essere definita come una persona che ha una dipendenza. Questa visione si riferisce ad una dimensione motivazionale, nel senso che prende in considerazione il fatto per cui chi arriva a fare uso di sostanze o rimane intrappolato nelle dinamiche del gioco d’azzardo o dell’irrefrenabile pulsione ad assumere cibo viene visto come qualcuno che ha un assoluto bisogno di trovare sistemi che lo aiutino a sostenere dolori che non tollera e l’esigenza di trovare un aggiustamento con la realtà che gli consenta di trovare una qualche forma di sopravvivenza (F. Fortuna, 2007)

Anche l’innamoramento sembra rientrare in qualche modo come modalità molto spesso utilizzata per sopravvivere a situazioni particolarmente dolorose. Il soggetto che si innamora è sottoposto a molteplici cambiamenti anche di ordine fisiologico, come dimostrano le neuroscienze.  In tali circostanze possono comparire anche pensieri ossessivi, si possono avvertire profondo bisogno della persona amata, si può essere soggetti ad idealizzazioni che permettono di diventare acritici circa la personalità dell’altro, a cui tutto è giustificato anche i comportamenti più ambigui.

Queste dinamiche risultano simili a quelle che caratterizzano la tossicodipendenza e si riscontrano anche in chi si affida ciecamente a un’altra persona, percepita – in modo illusorio – come colei o colui che potrà garantire una vita migliore. La dipendenza, dunque, colloca l’individuo in una condizione complessa: da un lato c’è il bisogno impellente dell’oggetto o della relazione, dall’altro la schiavitù che ne deriva, imprigionandolo in un legame potenzialmente distruttivo.

Nella dipendenza, emergono esigenze interne incontrollabili che si manifestano come compulsioni. Il soggetto tenta di colmare un dolore troppo intenso, ricorrendo a oggetti o comportamenti che svolgano una funzione di “tappo” rispetto alla mancanza. Tuttavia, è proprio l’impossibilità di entrare in relazione con la propria mancanza, o di attraversare il dolore, a generare una sofferenza ancora più profonda, che può spingere verso derive autodistruttive, rivolte sia contro di sé che contro gli altri. (F. Fortuna, 2007).

È dunque rilevante osservare come molte persone che hanno subito maltrattamenti instaurino relazioni affettive che ricordano quelle descritte da chi è dipendente da sostanze. Si configura così che la dipendenza da un certo tipo di affetto che produce un godimento.

Ciò che appare “tossico” non è tanto l’oggetto della relazione, quanto la modalità stessa del legame, in cui prevale la ricerca del bisogno piuttosto che quella del desiderio. I sentimenti, idealmente espressione del desiderio, vengono qui vissuti come moti pulsionali, dove il soggetto, anziché scegliere, sembra essere scelto, come accade nelle dinamiche della dipendenza affettiva.

Secondo Ettore Perrella, alla base dell’impossibilità di sostenere il dolore vi è un elemento che può essere ricondotto alla struttura dipendente. Lo psicoanalista mette in relazione le quattro strutture psicosi, nevrosi, perversioni alla quale aggiunge le dipendenze come struttura a se’ stante, con i quattro modi del “dir di no: la forclusione, la sconfessione, la rimozione e la denegazione.

La forclusione viene definita come il rifiuto stesso del giudizio, una chiusura radicale che esclude la possibilità di significazione. È il giudice che si dimette dalla propria funzione per non dover giudicare, un atto che rappresenta la forma più feroce di giudizio. In questo senso, la forclusione implica l’espulsione della possibilità di senso, analogamente alla forclusione del significante del Nome-del-Padre nella psicosi.

La sconfessione è una sorta di giudizio diviso, un meccanismo di scissione dell’io alla base delle perversioni. Il giudice rimane ma una parte del soggetto si divide dalla funzione del giudicare e non considera più il giudizio che è stato pronunciato

La rimozione è il meccanismo del rifiuto. Il giudizio è formulato ma il suo contenuto viene spostato. Fra i quattro modi del dir di no è quello più blando e ha conseguenze meno gravi visto che un aggancio alla domanda dell’altro comunque rimane attraverso il transfert che è alla base delle nevrosi.

La denegazione non è un giudizio né negativo né positivo. Nella denegazione viene negata la capacità del soggetto di esprimere un giudizio. Non esiste la capacità del soggetto di esprimersi. Nella denegazione la funzione del giudizio viene negata ed attribuita ad un altro. In un certo senso, il soggetto si auto-esclude dalla responsabilità del proprio discorso. Secondo Perrella questo meccanismo è alla base delle dipendenze. Nella patogenesi delle dipendenze il figlio non è considerato come nella patogenesi delle psicosi una parte inscindibile del corpo della madre, ma il figlio occupa il posto dell’ideale che essa non ha potuto realizzare.

Interessante in questo senso è il riferimento il destino della sorella di Flaubert descritta da Sartre in L’Idiota di Famiglia. La fanciulla è vista da sua madre (la madre di Flaubert) come ciò che lei avrebbe voluto essere, l’ideale di sé. Il figlio sarà quindi modello di perfezione ma solo perché’ viene dato per scontato che realizzerà un ideale che in realtà non gli appartiene perché’ viene solo proiettato su di lui.

Questa idealizzazione finisce per negare la sua realtà individuale e la sua capacità di vivere autonomamente negando la sua possibilità di essere un soggetto.  L’immagine perfetta che gli viene attribuita gli impedirà di affrontare un concreto processo di soggettivazione perché’ non potrà realizzare nessun desiderio proprio se non venendo meno a questa immagine ideale, pena il rifiuto. Secondo Perrella la denegazione giustifica la tendenza a preferire la morte reale alla morte simbolica che il soggetto dovrebbe accettare se scegliesse di rifiutare l’ideale che e’ stato proiettato su di lui perché’ in questo caso dovrebbe anche rinunciare all’amore dell’altro. 

La dipendenza si configura quindi come rifiuto della “morte simbolica”, ovvero del lutto necessario per rinunciare a un ideale proiettato e affermare la propria singolarità. Meglio la morte reale, scrive Perrella, che la perdita dell’amore dell’altro. Il padre, nella sua funzione simbolica, dovrebbe limitare l’invadenza del desiderio materno. Ma quando tale funzione è assente o idealizzata, lascia campo libero a dinamiche patologiche che si radicano nel legame madre-figlio.

Nel Seminario IV - La relazione d’oggetto (1956-1957), Jacques Lacan affronta in modo critico il concetto di “relazione oggettuale”, prendendo le distanze dalle teorie della scuola postfreudiana.

Per Lacan, l’errore di fondo di queste teorie risiede nel porre al centro della relazione l’oggetto – spesso identificato con la madre – trascurando ciò che è essenziale ossia la mancanza dell’oggetto. Lacan teorizza quindi che non è l’oggetto ma la sua mancanza, elaborata nelle sue diverse modalità – castrazione, frustrazione, privazione – e secondo i diversi registri – immaginario, simbolico, reale – a essere fondamentale per ogni soggetto che viene al mondo. Questo seminario sulla relazione oggettuale è dunque, in realtà, un seminario sulla relazione che il soggetto stabilisce con la mancanza. Rispetto alla madre, il bambino rappresenta una soluzione alla sua mancanza. Soluzione in difetto, poiché il bambino non può colmare tale mancanza, ovvero, in termini freudiani, malgrado l’equivalenza bambino-fallo, il bambino rimane un sostituto insufficiente.

Nel cuore del Seminario IV, emerge un’idea potente: il vero dono materno non è la presenza, ma la mancanza. La madre, infatti, non è solo madre, ma anche donna, e il suo desiderio eccede sempre il bambino. È proprio questo desiderio “altrove” che permette al bambino di separarsi e di costruire la propria soggettività. Il dono dell’amore, in Lacan, non si esprime attraverso un oggetto dato, ma nel lasciare spazio alla mancanza.

Nel fallimento potremmo dire di questa dinamica potrebbe emergere che il soggetto rimanga imprigionato o dipendente nell’Altro senza alcuna possibilità  di separazione divenendo oggetto del godimento dell’Altro. Nella relazione con il materno l’esperienza angosciante risiede appunto nello stare troppo addosso (Palombi, 2006) nell’esperienza dell’impossibilità della mancanza.

In conclusione, la dipendenza si rivelerebbe secondo questa lettura come una modalità patologica di rapporto con l’Altro, in cui il soggetto rinuncia a ogni possibilità di soggettivazione per non rischiare la perdita dell’amore idealizzato. L’oggetto – sia esso una sostanza, una relazione, un’immagine o un ideale – viene investito di una funzione totalizzante che impedisce il passaggio dal registro immaginario a quello simbolico.

La dipendenza, in questa prospettiva, si rivela come una struttura che testimonia un fallimento della simbolizzazione, un’incapacità di fare i conti con la mancanza, con la perdita, con il lutto.

Restituire al soggetto la possibilità di fare i conti con la mancanza è forse uno dei compiti più complessi della psicoanalisi.

 

 

 

Fortuna, F. Claudia: dipendenza e malattia in NQ Nuovi Quaderni di Psicoanalisi e Psicodramma Analitico Anno IV fasc. 1-2/2007

Lacan J., Seminario IV “La relazione oggettuale”1957-1957, Testo stabilito da Jacques-Alain Miller Edizione italiana a cura di Antonio di Ciaccia, 1994

 

Perrella, E. Per una clinica delle Dipendenze Franco Angeli, 1998

Palombi, F. Jacques Lacan, Carrocci Editore, 2006

Recalcati, M. Jacques Lacan Desiderio, godimento e soggettivazione, Raffaello Cortina Editore 2012

Sartre, J-P. L’idiota della Famiglia, Gustave Flaubert dal 1821 al 1857 Il Saggiatore, 1971

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