Questo lavoro nasce da un’esperienza di uso della drammatizzazione svoltasi in istituzione, nello specifico in una comunità per tossicomani. Nel corso del consueto gruppo di parola, al quale partecipano tutti gli ospiti della struttura, abbiamo proposto di avvalerci, per un certo periodo, della drammatizzazione di alcune scene quale strumento di lavoro.
Il gruppo di parola che si svolge in comunità, è importante dirlo, non è un gruppo terapeutico in senso stretto. Innanzitutto, il numero di partecipanti è molto elevato, solitamente più di quindici, e poco stabile: alcuni ospiti restano, infatti, per molto tempo in comunità altri, al contrario solo pochi giorni. Inoltre, i partecipanti vivono insieme, una condizione che rende molto difficile introdurre un qualunque principio di “astensione” tra i partecipanti al di là delle sedute.
A ciò si deve aggiungere la fragilità di molti di essi, questione imprescindibile, che impone uno stile di conduzione volto alla costruzione di un discorso piuttosto che all’analisi e all’interpretazione del materiale che si produce. La principale funzione degli incontri è, infatti, quella di promuovere una presa di parola da parte dei singoli che non si limiti alla cronaca, alla lamentela, ai cliché provenienti dal discorso sociale.
In tal senso, il gruppo di parola a cui fa riferimento questo lavoro si pone in una sorta di “al di qua” di ciò che si può chiamare specificatamente terapeutico. In molti casi esso è più modestamente un contesto nel quale i partecipanti cercano di riprendere contatto con la parola quale modo del legame con gli altri e dunque anche con sé stessi.
Conseguentemente a questa debolezza, è lo stesso utilizzo della parola quale forma di cura a dover essere messa in questione. Infatti, per poter risultare in qualche modo terapeutica, la parola deve essere in grado di lasciare un segno che produca un effetto nella vita del soggetto. Deve poter incidere, per così dire, “sulla carne” del soggetto.
Tale condizione di efficacia della parola è fortemente deficitaria nell’ambito della clinica delle tossicodipendenze. Si tratta di un circolo vizioso nel quale causa ed effetto tendono a confondersi. Da una parte abbiamo le difficoltà del soggetto a prendere posto nel campo simbolico della vita umana; dall’altro, l’atto di drogarsi pone il soggetto in una condizione di isolamento psichico e sociale che ne cancella la soggettività. Alla grande difficoltà di vivere fa da contraltare l’obnubilamento indotto dalle sostanze. Una logica macabramente circolare che ha come effetto la scomparsa dell’individuo e della sua soggettività.
Se, infatti, attraverso il linguaggio il soggetto può faticosamente manifestarsi a sé stesso e al mondo nella sua particolarità, la tossicomania piomba l’individuo in un alternarsi di momenti di assenza e di maniacale ricerca della sostanza, nel quale la soggettività, e prima o poi la vita, si smarrisce. Dunque, ogni pretesa terapeutica deve necessariamente misurarsi con la natura di questa spinta che mina alle fondamenta la funzione della parola quale modo per rappresentarsi e quindi, inevitabilmente, anche la sua declinazione quale strumento di cura.
Sottolineiamo come la difficoltà a cui facciamo riferimento non sia di carattere cognitivo. Non si tratta di un ritardo mentale in senso stretto o di un problema di neurotrasmettitori, quanto più una questione che attiene al piano dell’implicazione di chi parla, in ciò che dice.
Possiamo richiamare qui la nota distinzione lacaniana tra il piano dell’enunciato e quello dell’enunciazione. In un’analisi, per esempio, l’emergere del piano di enunciazione, la posizione del soggetto in quello che dice, introduce ad una divisione interna al soggetto, tra ciò che dice e il significato che quel detto assume per lui.
Attraverso il riferimento al piano dell'enunciazione l’analista proietta il dire del paziente oltre gli enunciati, introducendo una faglia che il lavoro di analisi è chiamato in qualche misura a colmare. La parola è messa qui al servizio della ricerca di un sapere nuovo riguardo sé stessi.
Ciò ha spesso effetti terapeutici anche se non è scontato che avvenga. In ogni caso, il potere curativo della parola è subordinato alla capacità, da parte del soggetto, di dare espressione e significato ai vissuti interiori che causano sofferenza, cioè, che egli sia capace di maneggiare il linguaggio a sufficienza per rappresentarsi in esso. Questo movimento suppone la possibilità che il soggetto possa, attraverso il lavoro con la parola, per così dire, ergersi rispetto alla propria tendenza ripetitivamente fallimentare.
Nella clinica della tossicomania raramente la cura prende questa connotazione. La difficoltà nel porsi su questo piano simbolico, di farne un’esperienza personale, si ritrova sul piano della cura. La questione diventa quindi come pensare un trattamento orientato al soggetto quando questo è posto, per struttura, ai margini, se non proprio al di fuori di questa dinamica di funzionamento.
Certamente, la riflessione lacaniana sulle psicosi introduce la possibilità di una cura che tenga conto di questa fragile posizione del soggetto rispetto al campo simbolico, rendendo pensabile un lavoro psicoanaliticamente orientato anche con strutture non nevrotiche. Ciò nonostante, nel caso delle tossicomanie, il riferimento alla classica clinica delle psicosi, pur costituendo un’importante bussola per la direzione del lavoro, non sembra sufficiente.
La pratica tossicomanica introduce un godimento, nel senso più deleterio del termine, completamente fuori discorso, nel quale l’altro non trova alcun posto. Anzi, ciò a cui il tossicomane tende è proprio a rompere il legame con l’altro attraverso la via diretta dell’intossicazione. Va da sé che, se l’altro sparisce assieme a lui si perde ogni possibilità per il soggetto di ricevere un riconoscimento, e dunque, di esistere nel campo simbolico, cioè quello dei rapporti propriamente umani.
Questo induce a pensare il problema della tossicomania come un modo estremo di trattare la difficoltà sperimentata dal soggetto nel prendere posto nel campo simbolico quindi, in definitiva nella vita stessa. La logica della cancellazione che si ritrova nella clinica delle tossicomanie è molto diversa, per esempio, da quella del delirio. Anch’esso si genera come risposta ad un vuoto sul piano simbolico, tuttavia, la produzione di un discorso delirante è per un verso all’opposto della pratica tossicomanica. Se quest’ultima è votata alla cancellazione della soggettività, il delirio al contrario contiene in sé un tentativo, seppur patologico, di rendere conto della confusione che investe chi lo produce.
Ciò che va posto in evidenza è che nel delirio il riferimento all’altro, seppur fortemente perturbato, non è cancellato. Il delirio, infatti, rinvia ad una parola singolare, seppur in maniera folle, che intrinsecamente conserva in sé un riferimento all’altro, fosse anche in qualità di persecutore. Al contrario la tossicomania rinvia alla rottura del legame e al silenzio.
Non che i tossicomani non parlino, ovviamente, ciononostante il loro discorso si presenta spesso vuoto, superficiale, mendace oppure ricalcante il discorso dell’altro sociale. Non di rado il lessico usato dai tossicomani riproduce le parole degli operatori dei servizi: “voglio fare un percorso su di me”, “devo imparare a volermi bene”, “ho fatto una ricaduta”, senza con questo riuscire a far veicolare loro un senso personale.
Va da sé che tutto questo vincoli fortemente la posizione del curante che non si limiti al piano del bisogno, dell’accoglienza, della comprensione. Ritornando al raffronto con il delirio, possiamo osservare come rispetto ad esso il curante possa riuscire a porsi come un destinatario dello stesso, anche un destinatario privilegiato. È una possibile declinazione di ciò che Lacan chiama farsi segretario dell’alienato, condizione che raramente si verifica nella cura delle tossicomanie.
Dunque, che fare? Come poter pensare un contesto dove la parola possa trattare forme patologiche di tale gravità?
La nostra idea è che si debba cercare, per quanto possibile, di creare dei contesti volti a sostenere la capacità di ogni soggetto di costruire un pensiero, un discorso che lo riguardi, che tenga in qualche maniera conto delle difficoltà che si trova ad affrontare.
Se, come già detto, per la maggior parte degli ospiti l’ingresso in comunità coincide con l’uscita da uno stato di isolamento chimico e inevitabilmente sociale, l’ambizione della pratica clinica con essi deve, nello stesso solco, andare nella direzione di un annodamento nuovo del soggetto con la sua parola. È da questa prospettiva che è stato pensato il gruppo di parola e anche questo lavoro di drammatizzazione.
Considerazioni sulla drammatizzazione come strumento
Descriviamo brevemente la pratica alla quale questo lavoro si riferisce. Le scene riportate più avanti sono relative a tre incontri successivi del gruppo di parola che si tiene settimanalmente in comunità. La struttura di ogni incontro ha previsto tre momenti: un primo momento di discorso libero dal quale viene estratta la scena che verrà rappresentata in un secondo momento; infine, conclusa la drammatizzazione, un terzo e ultimo momento dedicato alla discussione in gruppo.
La scena, che il conduttore estrae dal discorso, viene rappresentata da alcuni membri del gruppo scelti dal protagonista del racconto. La scena può essere ripetuta e gli interpreti cambiare, come avviene in uno psicodramma. Ad ogni incontro è stato presente, in qualità di osservatore, un educatore dell’equipe della struttura, con la possibilità, a sua discrezione, di fare un commento prima della conclusione dell’incontro.
Soffermiamoci brevemente sulla funzione che la scena recitata viene a svolgere nel lavoro di parola del gruppo. Attraverso l’operato del conduttore, un ricordo passa dal racconto alla sua rappresentazione visiva nello spazio della realtà. Per comprendere la logica che ha orientato e, in qualche modo, anche giustificato l’utilizzo di questo strumento possiamo tenere come raffronto il concetto freudiano di costruzione. Esso, come è noto, a differenza del taglio introdotto dall’interpretazione, si riferisce ad un intervento dell’analista volto a dare un’organizzazione al materiale che, via via, si produce.
Ciò che si viene a fondare, attraverso le costruzioni, è una sorta di impalcatura, relativamente stabile, in quello che il paziente dice seduta dopo seduta. Freud a riguardo parla di lavoro preliminare, aggettivo da intendere non come lo è l’edificare i muri rispetto all’erigere il tetto, come lo stesso Freud esemplifica. È vero che la costruzione viene a costituirsi come un sostegno al formarsi del discorso del soggetto, ma si tratta di un preliminare solo nella misura in cui logicamente precede, in un movimento circolare, il lavoro di ricerca del paziente.
Con l’utilizzo della drammatizzazione si è cercato di fare qualcosa di simile. Chiaramente, scegliere una scena da far rappresentare in gruppo non è una costruzione in senso freudiano, però, condivide con essa una funzione, potremmo dire, di messa in forma. Lo psicodrammatista Serge Gaudé, a tal proposito, pone in analogia l’operato del conduttore e quello del pittore che dipinge un quadro: il termine di soggetto della rappresentazione è portatore della stessa ambiguità feconda attribuita all’espressione di soggetto del quadro; può designare di volta in volta, l’istanza soggettiva che la produce come il contenuto o il tema di quest’ultima[1].
In questo, mi sembra si possa cogliere la funzione di costruzione che la rappresentazione della scena può svolgere. Essa si può declinare su di un doppio versante: a livello individuale, specie per il protagonista della scena scelta, e come punto di appoggio per il lavoro di gruppo. Nella successiva esposizione ci occuperemo principalmente di questo secondo aspetto.
La drammatizzazione introduce nel gruppo una rappresentazione che, al di là dell’analogia con il quadro, ha un evidente riferimento al campo del visivo. Se la costruzione freudiana è una comunicazione che l’analista propone al paziente, la scena drammatizzata implica una messa in forma che si dà direttamente allo sguardo.
Per procedere, mi sembra qui utile fare riferimento al concetto di Immaginario in Lacan. Esso, per quanto indissolubilmente legato al campo del visibile, non vi coincide completamente. Perché il soggetto possa farne esperienza è necessario che, in qualche modo, gli elementi rientrino nel gioco dei significanti. Prendiamo come riferimento la fase dello specchio[2].
Nella sua temporalità, che porterà il bambino a riconoscersi nell’immagine allo specchio, possiamo distinguere una successione logica che articola il piano del visibile con quello dell’invisibile e dunque quello dell’immagine con quello del significante. Il bambino di fronte alla sua immagine allo specchio deve: riconoscerla come altro da sé, capire che si tratta di un’immagine e infine riconoscervisi.
Risulta intuitivo che tale processo non possa fondarsi solamente su ciò che si vede. In fondo, gli animali, anche quelli dotati della vista più acuta, mai riconoscono la propria immagine. Certamente essi riconoscono alcuni segnali visivi dall’ambiente, si pensi per esempio ai rituali di corteggiamento, ma non accedono ad avere coscienza di loro stessi per il fatto che non hanno accesso al campo propriamente simbolico costituito dal linguaggio.
Al contrario, quello che si produce nel caso del bambino è che l’immagine allo specchio passi dall’essere un segno, una forma puramente visiva, ad essere una rappresentazione di sé. La presenza dell’altro, del suo desiderio, si presentifica nella prototipica situazione dello specchio in forma di sguardo. Questo fa sì che l’immagine riflessa possa diventare un significante, cioè il rappresentante del desiderio dell’altro, e quindi entrare, e con essa il bambino, nel gioco dei rapporti simbolici propriamente umani. Si realizza qui un passaggio fondamentale che rompe ogni rapporto di naturalità tra il bambino e la sua immagine cosa che introduce quest’ultimo nel campo invisibile del significante e della parola.
L’utilizzo delle drammatizzazioni, nel contesto a cui ci stiamo riferendo, ambisce ad attivare una funzione in qualche modo affine a quella appena descritta. Dalle rappresentazioni, in particolare nel lavoro del gruppo della ripresa successiva alla scena, vengono ad isolarsi immagini relative alla situazione rappresentata e ai protagonisti della stessa. Il riferimento a queste immagini sostiene il discorso polarizzandone in una certa misura l’orientamento.
La relativa omogeneità del gruppo, composto esclusivamente da tossicomani, sostiene l’identificazione alle immagini che si presentano. Con la ripresa nella parola si è cercato di porre le condizioni, per quanto possibile, affinché ciascuno potesse dare una propria lettura di quanto rappresentato. Lo sforzo si è concentrato su questo passaggio dalle immagini al discorso, del singolo e del gruppo, dalla scena a ciò che non si è visto, dall’immagine ad una rappresentazione possibile.
Gli incontri
Veniamo agli incontri dai quali è nato questo lavoro. Per ognuno di essi, a titolo descrittivo, sarà riportato un breve resoconto della drammatizzazione scelta. I protagonisti delle tre scene, al termine delle sedute, sono stati chiamati a dare un titolo alla rappresentazione scaturita dal loro racconto che ho deciso di mantenere in questa esposizione.
Prima scena, “La vergogna di un padre”:
F., che allora aveva trentacinque anni e già aveva seri problemi con l’alcol, entra in un bar in compagnia della figlia di dieci. Si tratta di un’uscita calendarizzata a seguito della recente separazione dalla madre. Entrati nel locale, F. chiede alla bambina cosa voglia, quando questa risponde di volere un gelato F. ordina al barista un gelato e un bicchiere d’acqua per sé. F. invita la figlia a sedersi e quando questa si allontana si rivolge nuovamente al barista correggendo l’ordinazione: “il bicchiere fammelo di grappa”. La scena si conclude con entrambi seduti al tavolo.
Nei giorni successivi, la madre della bambina telefona a F. e lo rimprovera aspramente perché la figlia, contrariamente a quanto avesse pensato, si è accorta del suo inganno. “Papà è un alcolizzato”, queste le parole della figlia riportate dalla madre.
Nel primo incontro sono state presentate due scene, la prima al bar, la seconda al telefono. Il successivo discorso del gruppo ruota attorno al tema della colpa. Nel primo momento essa è evocata dallo sguardo del barista alla richiesta della grappa mentre, nella seconda scena, dai rimproveri della ex moglie e dalle parole della bambina.
Si deve notare come la colpa intrattenga un rapporto ambiguo con la tossicomania e gli interventi fatti in gruppo dopo la scena lo testimoniano. L’idea che il drogarsi, anche fino a distruggere la propria vita, sia una scelta volontaria e, di conseguenza, lo smettere una questione di volontà rimane un fantasma che aleggia non solo sul campo sociale, ma anche, e non di rado, negli operatori. Il tossicodipendente, prima che malato, è una persona poco affidabile, spesso bugiarda. La sua condotta fa di lui una sorta di malato più colpevole di altri nella misura in cui, il godimento mortifero che lo abita lo porta inevitabilmente a rompere i legami suscitando, negli altri, delusione, amarezza e rabbia.
Ricondurre alla colpa il problema che abita il tossicomane, atteggiamento che facilmente offre una sponda alla frustrazione che il familiare o l’operatore sperimenta nel rapporto con esso, è una via che mi sembra chiudere troppo semplicemente la questione. Non si può negare che le condotte dei tossicomani siano indubbiamente esecrabili, ma ciò che rischia di essere misconosciuta è la cieca spinta autodistruttiva che le provoca. Problema che si pone anche dalla parte degli stessi tossicodipendenti quando affermano che drogarsi gli piaccia, come a dire “mi piace morire”.
L’immagine offerta da F., quella di un padre alcolista, ha inevitabilmente catalizzato la questione della colpa. La paternità di F. ha certamente favorito il processo, d’altro canto però essa ha introdotto anche la questione della genitorialità e dei suoi effetti sui figli. Il titolo dato da F. alla scena, La vergogna di un padre, mi sembra testimoni chiaramente questi due vettori.
La direzione presa nella conduzione è stata quella di sostenere l’interrogazione riguardo la posizione di F., di indagare le cause che lo hanno spinto a comportarsi così. Il discorso ha così portato una complessificazione dell’immagine di F. affiancando alla colpa la difficoltà a sostenere le responsabilità che lui stesso aveva voluto (matrimonio, paternità). La ripresa ha anche portato il gruppo a riflettere sull’immagine della bambina e sul problema degli effetti dei genitori sui figli.
La settimana successiva viene rappresentata questa seconda scena, “La vergogna di un figlio”:
G. al tempo era un uomo di circa quarant’anni, aveva già un lungo passato costellato da droga, furti e problemi con la giustizia. La scena si svolge a tavola, durante un pranzo. Assieme a G. c’è il fratello, minore di alcuni anni, e con una vita decisamente più regolare; è presente anche l’anziano padre.
Il fratello incalza G. insistendo perché nel pomeriggio aiuti il padre nei lavori nell’orto. G. incassa le invettive del fratello che lo esorta ad aiutare il padre, a fare qualcosa, a dare un taglio alla routine fatta di droga, vagabondaggi, espedienti e ritiro nella propria stanza. Il padre si mostra più indulgente e dichiara di non aver bisogno di aiuto.
G., che non è un uomo tranquillo, che non lo è mai stato neppure da bambino, fatica a mantenere la calma, a reggere i discorsi del fratello ma, nonostante la tensione, la situazione non trascende. La scena si chiude con G. che finisce con l’ottemperare alle richieste del fratello affermando che aiuterà il padre all’orto, ben sapendo che non manterrà la propria promessa.
Notiamo subito come questa seconda scena sia in una certa continuità con la precedente. Si presentano nuovamente il tema della colpa e quello del rapporto tra generazioni sebbene, questa volta, a parti invertite. Mi sembra importante osservare come questo ritorno si possa considerare una sorta di ripetizione attorno a quanto emerso nella precedente scena.
In primo piano è ancora la colpa che certamente si precipita nell’immagine di G.: tossicodipendente, irascibile, fannullone, bugiardo. In questa seconda scena, però, l’immagine del fratello, che colpevolizza aggressivamente G., e quella del padre, che di fatto si tira fuori dalla questione, non veicolano l’innocenza attribuita alla figura della figlia di F.. Questo ha prodotto nel gruppo una forma di pluralizzazione delle colpe.
La metonimia che si produce a livello delle immagini fa sì che la colpa circoli tra i diversi partecipanti alla scena. A differenza del primo incontro, nel quale l’immagine di F. era l’unica ad attrarre la colpa, qui sembra essersi generato un movimento di spostamento. Anche rispetto alla questione della differenza generazionale, dove la colpa da una scena all’altra passa dal padre al figlio, si verifica qualcosa di simile.
Nella ripresa in gruppo, il discorso si concentra attorno all’irascibilità di G., peraltro riscontrata anche nella reale convivenza in comunità. L’immagine, questa volta anche reale di G. in comunità, che fatica a stare nelle regole e nei rapporti, introduce nel discorso del gruppo un riferimento all’impossibile.
Nella scena, l’impossibile è evocato dalla difficoltà nel mantenere la calma con il fratello, dalla ripetizione fuori controllo della routine tossicomanica e, conseguentemente, dall’incapacità di mantenere la promessa di aiutare il padre nell’orto.
Al termine dell’incontro il conduttore ha posto in tensione il tema della colpa e quello dell’impossibile. La biografia di G., che tutti i partecipanti al gruppo conoscono, costellata di droga, comunità e ricadute testimonia di una certa impossibilità. L’immagine di G. viene così a catalizzare, oltre alla colpa, anche l’impossibilità a controllarsi e quindi a cambiare.
Questi temi saranno ripresi nella scena del terzo incontro. Ciò che viene rappresentato appare incredibilmente drammatico, sebbene esso sia stato interpretato a tratti in modo difensivamente comico, specie dal protagonista che in questo caso era anche il protagonista del racconto.
R. ha più di trentacinque anni, disoccupato, vive con i genitori che lo mantengono. Nella vita ha lavorato poco, solo per brevi periodi, non ha professionalità di alcun tipo, da molti anni fa uso di stupefacenti. La scena si svolge di sera, nella camera dei genitori. La madre cerca di dormire, il giorno successivo dovrà essere ricoverata per una delicata operazione chirurgica. R. è estremamente agitato, l’ansia lo attanaglia da qualche giorno ma adesso che il momento si fa prossimo egli non regge letteralmente il pensiero che la madre vada in ospedale, teme morirà. R. si butta ai piedi del letto implorando la madre di non farsi ricoverare; quest’ultima perde la pazienza e urla al figlio di lasciarla stare. Sullo sfondo, non detta, aleggia la droga quale maniacale soluzione per R. di fare fronte all’ angoscia.
È presente anche il padre il quale, pur avendo un atteggiamento duro nei confronti del figlio, non riesce ad incidere sulla situazione. La scena si conclude con la madre che dice al marito di portare R. dallo spacciatore. “Che si ammazzi, almeno sarà finita!”
A ciò fa seguito una seconda scena nella quale R. si trova in auto con il padre diretto al luogo di spaccio. Il padre lo chiama “bastardo” ma R. quasi non se ne accorge tanta è la smania della sostanza.
La scena offre la fotografia del fallimento edipico, dell’irrealizzabilità del passaggio generazionale. L’angoscia di morte del figlio, fattore dominante nella rappresentazione, si genera dallo spettro della separazione che si affaccia sulla scena. L’impossibilità a separarsi simbolicamente dalla madre si traduce nell’angoscia nella quale il figlio sprofonda. Unico agente che sembra operare una funzione divisiva tra i due è la droga, ma essa non funziona propriamente da oggetto separatore in quanto l’effetto che si produce è la sparizione di R. più che una reale presa di distanza dalla madre.
L’impossibile ritorna qui in forma cruda e diretta, nell’incapacità di R. di staccarsi dalla madre, ma anche nell’insofferenza della stessa e nell’inoperatività del padre nel sostenere la legge edipica. La morte si aggira per tutta la scena come unico esito possibile: nell’angoscia del figlio di fronte al distacco, nelle parole della madre che la invoca come soluzione definitiva e nel gesto del padre che porta il figlio a drogarsi.
Nella scena pare prendere forma ciò che la colpa tende ad occultare, vale a dire l’equivalenza tra droga e morte quali risposte all’impossibilità a vivere. In questo senso la scena mostra vividamente lo scacco nel quale tutti i personaggi si trovano. Colpisce come l’agito del figlio, che si reca dallo spacciatore determinando il cambio di scena, altro non sia la messa in atto del messaggio mortifero della madre: “Che si ammazzi, almeno sarà finita!”.
In relazione al più generale problema della trasmissione del sentimento della vita, André Green ha introdotto il concetto di narcisismo di morte, una declinazione del narcisismo che tende alla distruzione dell'Io, contrapposto al normale narcisismo che mira, al contrario, a dargli consistenza. La prossimità della scena alla morte sembra rinviare ad un’immagine di quest’ordine.
Il successivo lavoro in gruppo non risulta molto produttivo. La scena viene ricondotta direttamente alla debolezza del protagonista e, allo stesso tempo, l’immagine della scena alla persona reale. Complessivamente il discorso si ripiega sulle accuse a R., il quale, si difende da chi lo biasima e ammicca a chi dà segno di invidiarne la condizione di mantenuto.
Vale la pena soffermarsi su questo movimento di chiusura verificatosi nel gruppo rispetto alla possibilità di interrogare, sul piano del discorso, quanto mostrato dalla scena.
La terza drammatizzazione è la rappresentazione, per così dire a “cielo aperto”, della separazione impossibile di R., come del resto conferma il titolo da lui scelto, “Inseparabili”. Solo il ricorso agli eccessi, da parte di tutti i personaggi, sembra in qualche modo permettere dei movimenti sui quali comunque grava un’ombra mortifera.
Tutto questo fa eco ad una collettiva situazione di impossibilità della quale la vita di R. rende una triste dimostrazione. Il gruppo davanti a ciò ha una reazione di diniego. Gli interventi e la stessa drammatizzazione, si connotano di elementi drammaticamente farseschi, proprio come, difensivamente, “si ride per non piangere”.
Dunque, da una parte abbiamo il ricorso al sarcasmo che rende il discorso superficiale o addirittura sminuente; dall’altra, abbastanza rapidamente il discorso del gruppo si polarizza, complice il suo atteggiamento, nel colpevolizzare R. accusato di essere viziato e di sfruttare i genitori.
L’interpretazione che suggerisce quanto accaduto è che la scena abbia portato nel campo del visibile, dell’esposto, un punto che in qualche modo riguardo ognuno dei partecipanti al gruppo. R., o meglio, la sua immagine all’interno dei legami familiari, viene a costituirsi come l’immagine fallimentare dell’impossibile a diventare un individuo autonomo. In questo credo stia il potenziale traumatico della scena, nel fatto che essa pone in questione il problema dell’origine, cioè, la mancata trasmissione della vita da una generazione all’altra.
Ci si può chiedere se la scena avrebbe forse potuto suscitare un effetto diverso, magari una presa di coscienza da parte delle persone presenti, un “trauma buono” che provocasse una sorta di risveglio. La domanda è se fosse lecito aspettarselo. Di fatto, ciò che si è prodotto è stato che l’impatto della scena, potenzialmente anche traumatico, sia stato riassorbito dalla farsa e dalla colpevolizzazione.
Per concludere
La tranche di lavoro esposta offre una testimonianza di una pratica possibile, contingente, che tenti di opporsi al vuoto provocato o, a seconda della prospettiva, colmato dalla tossicomania. L’utilizzo delle drammatizzazioni quale strumento di lavoro si giustifica, in effetti, a partire da questa innegabile gravità clinica. È questa constatazione che rende opportuno il ricorso a canali espressivi che permettano una manipolazione della rappresentazione più immediata, meno difficoltosa di quella offerta dal linguaggio. La pittura, la fotografia, l’editing di immagini e altre forme di espressione figurativa rappresentano dei buoni esempi in questo senso.
Anche l’utilizzo della drammatizzazione, al quale questo lavoro si riferisce, è stato orientato da tale intenzione, cioè, dall’esigenza di mobilitare attraverso un oggetto, costituito in questo caso dalla rappresentazione delle scene, una presa di parola singolare. In qualche modo analogamente a quanto succede nella clinica infantile o in quella dell’autismo, nelle quali il curante introduce degli oggetti per favorire l’entrata nel legame del soggetto.
Questo certamente necessita di un aggiustamento della posizione di chi cura. Non si tratta di essere in contraddizione con quanto dice Lacan, cioè che la parola sia l’unico medium della cura, piuttosto di come rendere accessibile tale dimensione. La specifica ricaduta del problema tossicomanico sul processo di simbolizzazione rende necessario, per quanto possibile, riabilitare il rapporto del soggetto con la sua parola.
Va da sé che si tratti di un compito arduo nel quale il desiderio del curante risulta decisivo. La clinica della tossicomania, per la gravità delle situazioni che si incontrano, rappresenta un terreno limite sul quale mettere alla prova la pratica di cura attraverso la parola. L’impatto della ripetizione, reale, agita è considerevole. Ricadute, abbandoni, interruzioni testimoniano di quanto il legame con l’altro sia precario, compreso quello che chiamiamo transfert.
Immancabilmente anche il legame con il curante risente della spinta che porta il tossicomane a rompere il legame con l’altro. Questa è forse la cifra più specifica della clinica delle dipendenze. L’oblio ricercato nelle sostanze si realizza nella ricerca di uno stato di isolamento nel quale ogni rapporto diventa alla lunga superfluo.
Il tentativo da parte di chi cura di offrire un “percorso”, come si dice, all’interno di una comunità terapeutica, cioè in un luogo di persone che lavorano insieme, ognuno nel proprio ruolo, è un atto che si oppone di principio a questa forma di ritiro autodistruttiva.
Vorrei insistere ancora una volta su questo punto, sulla spinta mortifera che caratterizza il problema della tossicomania, ritornando alla terza drammatizzazione intitolata “Inseparabili”. Come abbiamo visto, la reazione del gruppo alla scena è stata quella di un sostanziale rifiuto. Ricorrendo allo scherno e alla colpevolizzazione della persona reale, il gruppo ha cercato di rigettare la significazione della scena rappresentata, cioè quella dell’impossibilità di affrontare la vita e dunque di una vita vissuta da morti.
La domanda che credo vada la pena porre è se sia stato un errore quello di far rappresentare una scena tanto esplicita, ovvero se fosse opportuno proporre una rappresentazione così poco velata.
Se si guarda all’effetto sul gruppo bisogna rispondere di no in quanto essa ha determinato una sostanziale degradazione del discorso su di un piano poco produttivo. D’altra parte, la questione della prossimità esistente tra le tossicomanie e la morte mi sembra un punto di verità ineludibile.
Credo che un intervento che ambisca ad essere terapeutico non possa prescindere da questa spinosa questione. Pensare la tossicomania come la messa in atto di un messaggio di morte proveniente dall’altro comporta, dal punto di vista terapeutico, sostenere il soggetto in un’iniziativa che cerchi di arginare tale spinta.
La parola da questo punto di vista è chiamata a svolgere un compito estremamente complesso, cioè quello di rendere una ragione di questa forma, massiva e reale, di pulsione di morte. In tal senso, la scelta di far rappresentare la terza scena, si deve considerare in siffatta prospettiva, cioè quella di stimolare un movimento soggettivo di presa sulla propria storia e, conseguentemente, sul proprio disagio.
Questa pratica, sebbene non priva di difficoltà e rischi, rappresenta il tentativo di far da ponte verso la dimensione simbolica che il soggetto fatica ad abitare. Il problema, in definitiva, è come permettere al soggetto di avere una presa su di una spinta autodistruttiva che meno viene riconosciuta, più finisce per agire realmente sul corpo.
Così, la scelta della terza drammatizzazione è da valutarsi in relazione all’enormità di questo problema. Essa, per quanto per alcuni versi fallimentarmente, rappresenta comunque il tentativo di porre in questione quello che riteniamo essere il fulcro, non di rado ignorato, del problema tossicomanico.
Lecco, Giugno 2025
[1] S. Gaudé, Sulla rappresentazione, Alpes, 2015. Pag. XIV.
[2] La fase dello specchio, teorizzata da Lacan, descrive un momento chiave nello sviluppo infantile, dove il bambino, riconoscendo la propria immagine riflessa, inizia il suo percorso di costruzione dell'identità e dell'Io, attraverso un'esperienza che coinvolge sia il registro immaginario sia la relazione con l'altro.



