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Dott. Angelo Villa

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Evoluzione Normativa e Modelli d’Intervento nelle Comunità Terapeutiche per le Dipendenze

2025-07-14 11:57

di Christian Broch

FORT-DA numero 5/2025,

Evoluzione Normativa e Modelli d’Intervento nelle Comunità Terapeutiche per le Dipendenze

di Christian Broch

 

La tossicodipendenza rappresenta, sin dagli anni ’70, uno dei fenomeni sociali e sanitari più complessi da affrontare.

E’ in un paese scosso da grandi passioni, da grandi scontri e da grandi conquiste che in pochi mesi entra in campo l’eroina.

Per comprendere la velocità di diffusione della sostanza è interessante mettere in fila una serie di notizie che vengono pubblicate

Roma gennaio 1970: 560 tossicomani al di sotto dei 25 anni, nessun eroinomane (Centro Antidroga del Comune Roma)

«2000 giovani si drogavano sul barcone» (Il Tempo, 21 marzo 1970);

Nel 1790 vengono pubblicati sui giornali in sei mesi escono un quantitativo di articoli sulla droga pari a quelli dei 7 anni precedenti.

La diffusione segue l’andamento delle potenze geometriche: «gli eroinomani sono migliaia: lo ammette anche il Centro Antidroga del Comune»: 5.000 ad inizio anno a giugno sono già 20.000 (Panorama, 27 novembre 1975)

E ancora, sono le 18.45 di sabato 10 di febbraio del 1973 quando un medico dell’ospedale San Bortolo di Vicenza dichiara la morte di una ragazza di diciotto anni, Fiorella Nicolato. Titti per gli amici.

La diffusione dell’eroina trova la politica completamente spiazzata. Sono gli anni degli scontri di piazza. Qualcuno li ha definiti “gli anni di piombo”, altri “gli anni dei diritti”. C’è del vero in entrambe. Il punto è che le priorità sono altre, dei giovani tossicodipendenti importa poco.

L’impatto devastante dell’eroina sulla popolazione giovanile ha generato quindi non solo emergenze sanitarie ma anche crisi normative, etiche e istituzionali. In Italia, il legislatore è intervenuto con una serie di leggi, decreti e riforme volte a contenere, curare o punire tale fenomeno.

È in questi anni di silenziosa emergenza che nascono le prime comunità, per cercare di dare un luogo di accoglienza ad una popolazione che vive ai margini composta per la maggioranza da giovani maschi eroinomani. Nascono solitamente per opera di religiosi che compiono una scelta di vita radicale e totale, spesso nell’ostilità generale.

La 685/75 rappresenta il primo tentativo organico di affrontare la questione droga in chiave non esclusivamente repressiva. Introduce la possibilità di ricoveri terapeutici volontari o coatti e stabilisce la distinzione tra consumatori e spacciatori. Tuttavia, resta una legge ambivalente, in cui l’elemento punitivo coesiste con un’embrionale attenzione terapeutica.

E proprio in questo anno che nascono le prime comunità terapeutiche per tossicodipendenti si tratta come già detto ti risposte improvvisati nate in gran parte da azioni di religiosi che scelgono la via dell'accoglienza di giovani disagiati per cercare di applicare i precetti del Vangelo.

È interessante notare infatti come la legge 685 non stabilisca e non istituisca ambiti di cura per i tossicodipendenti.

Le prime comunità dove si possono si possono paragonare a dele isole dove già i giovani con problemi di droga possono trovare rifugio da un mondo apportatore di stimoli troppo forti.

Le comunità, quindi, rappresentano in questo periodo l'unico per l'unico tentativo strutturato di accoglienza e cura per persone con problemi di dipendenza da eroina.

L'unica alternativa di cura e ricovero all'interno degli ospedali per un breve periodo per curare i sintomi assistenziali o quelli relativi a complicazioni mediche causati dall'uso di droghe

Il 309/90 istituisce formalmente i Servizi per le Tossicodipendenze (SER.T.). E questo il passo decisivo per la presa in carico e la cura dei tossicodipendenti. I sert, infatti, rappresentano l'avamposto per l'intercettazione del disagio e dei bisogni dei giovani consumatori di sostanze.

La legge 309 tuttavia presenta alcune criticità la più importante è quella relativa al concetto di tra virgolette obbligo di cura. Con la legge 309 di carceri si aprono a giovani tossicodipendenti l'affollamento dell'istituzione carceraria inizia infatti in questo periodo.

Sara un referendum nel 1993 a modificare e attenuare il concetto di obbligo di cura.

Ancora oggi, tuttavia, la legge 309 rappresenta l'ossatura che regola il sistema di dipendenze.

Cercherò ora di mettere in evidenza come le comunità ci sono modificate nel corso degli anni cercando di rispondere a bisogni sempre più complessi. Possiamo dire che il modello di cura italiano rappresenta un unicum al mondo proprio per la sua articolazione capillare e per la diversificazione dei vari percorsi di riabilitazione.

Livello epistemologico le comunità hanno due debiti teorici:

 il primo è quello con il chiostro medioevale. Basta leggere La Santa regola di San Benedetto da Norcia per accorgersi come le comunità hanno ereditato alcuni precetti e alcune prassi dal monastero benedettino

il secondo debito è quello con pinel e quindi con il concetto destruttura di cura per la malattia mentale.

Passiamo ora all'analisi dei modelli teorici che si sono sovrapposti l'uno con l'altro nel corso del tempo.

1 modello teorico

Potremmo definire con uno slogan questo primo modello teorico in questo modo la comunità è uguale per tutti

Questo modello teorico ruotava attorno a 3 premesse

· la comunità è il luogo dove è possibile ri-costruire la propria identità ed un  proprio mondo relazionale

· la strutturazione di un percorso di cambiamento per fasi standardizzato orientato ad accompagnare le persone in un graduale processo di crescita ed emancipazione dalla sostanza.

· la proposta di un Luogo significativo, in grado di contenere gli agiti della dipendenza  e di accompagnare - attraverso la relazione - verso un cambiamento complesso in cui si integrassero dimensioni differenti (identità, dipendenza/autonomia, rete, stile di vita, integrazione sociale ecc).

Questo primo modello per fasi definiva “il percorso di comunità” e richiedeva agli ospiti di collocarsi all’interno di una strada “uguale per tutti”

 

Questo modello aveva un senso teorico in quando le persone che accedevano alle comunità avevano un serie di caratteristiche comuni: la giovane età, la dipendenza dalla stessa sostanza (l’eroina), il fatto di essere solitamente alla prima esperienza di cura

 

Questo modello inizia ad incrinarsi quando le comunità iniziano ad ospitare o meglio ri ospitare persone perone con un vissuto differente con alle spalle spesso ripetuti fallimenti della cura.

Il secondo modello di cura

L’incontro con persone che arrivavano in comunità che hanno già svolto ripetuti percorsi di comunità ci ha portato a confrontarci con questioni nuove relative alle motivazioni al cambiamento di fronte al senso drammatico di sfiducia e fallimento in relazione a precedenti percorsi  vissuti come non risolutivi.

Abbiamo capito allora che la strada poteva essere uguale per tutti solo in parte, che alcuni avevano alle spalle lunghi e faticosi pezzi di strada già percorsi. Dovevamo imparare ad ascoltare le differenze nelle storie, nei percorsi, nelle possibilità e nelle difficoltà che sono parte integrante delle persone di cui ci occupiamo

Il modello per fasi è stato quindi integrato da una logica terapeutica centrata  sulla individualizzazione dei percorsi e degli strumenti, a partire da un recupero della storia personale e terapeutica, con gli obiettivi di:

· effettuare un bilancio di competenze/difficoltà

· recuperare gli aspetti positivi della precedente storia terapeutica andando oltre le categorie della riuscita o del fallimento

· permettere la definizione di un progetto individualizzato

Potremmo definire questo passaggio come uno scatto etico. Come un'attenzione alla radicale differenza che ogni persona porta con sé.

A questo proposito ricordo un episodio molto particolare che ha segnato il mio lavoro. In quegli anni operavo in una comunità di prima accoglienza. Era una giornata di tardo autunno fredda e nebbiosa quel giorno entra Ivan un signore con tutte le stimmate del tossicodipendente. Faccia da duro pieno di tatuaggi fatti in carcere una storia tossicomania lunga e complessa. Ad ogni nuovo arrivo in comunità alla sera ci si presentava a nuovo ospite il nuovo arrivato si presentava il gruppo. Dopo i nostri saluti prende la parola il nuovo ingresso dice mi chiamo Ivan vengo da Brescia e sono ancora qua. E poi si mette a piangere un pianto disperato.

È stato uno dei momenti che mi ha fatto comprendere come la ricaduta dopo un percorso comunitario se ha qualche cosa di estremamente doloroso e che quindi il lavoro che si doveva fare era quello appunto di andare al di là della categoria fallimento, cioè di mostrare l'ospite che era ricaduto nelle sostanze non significava essere fallito.

Il terzo modello teorico

Mi piace definire questo terzo modello teorico con le parole del dottor Paolo Giarre che ammirabilmente e per primo messo insieme due modelli di cura, pertanto, tempo ritenuti incompatibili tra loro il metadone e da comunità ovverosia il diavolo e l'acqua Santa.

Questo cambiamento in termini operativi vuole dire accogliere in comunità persone che proprio in relazione alla loro storia di dipendenza (lunga durata, grado elevato di craving) o per problemi psichiatrici associati, venivano “esclusi” da una progettualità terapeutica orientata al cambiamento, non essendo in grado di raggiungere e/o mantenere nel tempo i prerequisiti di astensione necessari per un percorso comunitario.

Questo modello ha permesso quindi di intercettare persone che non riuscivano ad accedere ai servizi residenziali o li abbandonavano appena scalata la terapia. Il metadone ha certamente modificato è arricchito il lavoro all'interno delle comunità terapeutiche.

Il quarto modello teorico

“come salici al vento”

Questo quarto e ultimo modello cerca di mettere insieme i tre precedenti mettendo sempre più al centro la persona la sua storia i suoi bisogni le sue risorse.

In termini clinici implica una “svolta copernicana”, una rappresentazione diversa dell’azione terapeutica, dei suoi obiettivi e dell’idea stessa del cambiamento possibile in una condizione di dipendenza, verso una indipendenza possibile.

Si tratta di un modello ancora in divenire che si deve costruire quotidianamente superando una serie di rigidità mentali di chi lavora all'interno dei servizi che è abituato a ripetere in modo standardizzato interventi di cura. Infatti, il rischio è quello di rispondere “a specchio” agli atti degli ospiti, o all’opposto di insistere su azioni di cura che sono alla fine solo degli slogan “reinserimento a tutti i costi”. Inoltre, la frammentazione dei percorsi rischia di minare al cuore il concetto stesso di comunità.

Infine, i dati, le famose statistiche ci dicono che solo il 13-15% delle persone che fanno un percorso comunitario non ricadono più nell’uso di sostanze.. Come evitare di cadere nella rassegnazione? Come non trasformare le comunità in “luoghi di attesa” invece che di trasformazione? La risposta, forse, sta nella capacità di accogliere la complessità senza semplificarla, nella consapevolezza che la cura è un atto etico e relazionale, e che, laddove non esiste speranza, come scrive Camus, “bisogna inventarla”.

 

Realizzazione sito web: Marco Benincasa

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