La famiglia, secondo Lacan, è un'istituzione che si distacca da un semplice modello biologico, svolgendo un ruolo fondamentale nella trasmissione della cultura, influenzando la prima educazione, la repressione degli istinti e l’acquisizione della lingua madre. Inoltre, è responsabile della formazione delle emozioni, che sono condizionate dall’ambiente circostante.
Per Lacan, il complesso rappresenta quel momento in cui un insieme di relazioni si fissa in una forma definita, riflettendo una certa realtà ambientale in modo duplice, sia in termini di forma che di attività.
La forma del complesso rappresenta la realtà di una fase dello sviluppo e ne specifica il contenuto (ad esempio, la realtà dello svezzamento determina il complesso di svezzamento), mentre l'attività consiste nella ripetizione dell'esperienza legata a quella realtà.
Lacan identifica tre complessi: quello di svezzamento in cui è colta la funzione fondamentale della madre, quello di intrusione in cui è colta la funzione del proprio simile e quello edipico che ha come perno la funzione paterna.
Il processo di svezzamento costituisce la forma originaria dell'immagine materna e crea i legami più primitivi e duraturi che uniscono l'Individuo alla sua famiglia. Con il termine Imago, Lacan si riferisce a un concetto che connette il reale al simbolico, un modello inconscio attraverso il quale il soggetto percepisce l'altro, un modello immaginario appreso che guida in modo specifico il modo in cui il soggetto vede l'altro, influenzando le sue proiezioni.
Lo svezzamento, secondo Lacan, lascia una traccia permanente nella psiche umana, evidenziando una relazione biologica che si interrompe. Questa fase di sviluppo non si basa su istinti, ma su fattori culturali, con diverse modalità che variano a seconda della società e del periodo.
La serenità del bambino durante lo svezzamento dipende dalle sue intenzioni mentali, poiché non ha ancora un io formato per scegliere. Lacan distingue tra narcisismo primario e secondario, sottolineando che il bambino sviluppa una relazione elettiva con il viso umano e riconosce la funzione materna, consapevole del potenziale trauma della sua sostituzione. La diade madre-bambino è caratterizzata da un "cannibalismo fusionale" che rappresenta il desiderio di unione con l'imago materna. Infine, il rifiuto dello svezzamento contribuisce a formare un complesso positivo, necessario per affrontare il distacco dalla madre e integrare nuovi rapporti sociali nella psiche.
L'imago del seno materno può trasformarsi in un fattore negativo quando ostacola il progresso della personalità, portando a desideri autodistruttivi e forme di suicidio, come l'anoressia.
Il desiderio di morte è legato a un ritorno all'utero materno, evidenziando una mancanza congenita di funzioni vitali. Questa idea si riflette in pratiche funerarie e nelle prime abitazioni, simili all'utero, mentre l'immagine materna continua a influenzare le dinamiche familiari, creando un'affezione unica verso l'unità domestica.
L'abbandono della sicurezza economica familiare riflette il complesso di svezzamento, con ogni fase della vita che richiede un nuovo processo di crescita. La saturazione di questo complesso influisce sul sentimento materno e familiare, mentre la sua liquidazione lascia segni riconoscibili.
Rebecca: Il primo Incontro
Quando Rebecca arriva da me in studio, è in braccio alla mamma, le dico benvenuta Rebecca e lei mi guarda sorridendomi, le dico sono Stefania ti va di andare a giocare insieme nella mia stanza, lei mi dice “anche la mamma”, e la mamma aggiunge “ Rebecca è incollata a me”. Rivolgendomi a Rebecca le dico, va bene se Rebecca vuole che la mamma entra, andiamo ed aggiungo starà un poco con noi poi andrà via, uscirà per un po’ e poi torna a riprendere Rebecca. Ed entriamo….dentro la stanza è molto curiosa, sorpresa, le dico che può scegliere lei cosa fare, se vuole parlare, giocare, disegnare, prende il nastro adesivo e dice “mi appiccico le mani”. Le dico allora “giochiamo con lo scoth” “ appiccica e spiccica”, inserendo la scansione S1 – S2 ( Significante appiccico- significante spiccico), cerco di introdurre un altro significante S2 spiccico, cercando di introdurre Rebecca nel discorso. Inizio un lavoro di decompletamento olofrastico, aprire un buco nella sua olofrase, appiccico, perché come dice Lacan se l’Altro è tutto pieno, se questo intervallo, fra i significanti manca,allora i significanti si incollano.
Durante la seduta dico che adesso la mamma esce fuori e poi appena finiamo la andiamo a chiamare, Rebecca guarda la madre che è molto triste e dice “ No mamma” le dico che la mamma è contenta se restiamo noi a giocare. Così lei dice va bene. Finita la seduta mi dice che vuole giocare ancora, e poi aggiunge “quando ci vediamo” le dico che per oggi avevamo finito e prendiamo un altro appuntamento. In Rebecca l’anoressia in una forma attiva la porta a rifiutare il cibo. Dice di no!
Naturalmente non sarò esaustiva, inizio dicendo che la clinica dell’anoressia nella prima infanzia ci interroga proprio su cosa accade nel bambino fin dall’inizio della sua vita, dove l’anoressia può essere un primo tentativo d’instaurazione soggettiva che l’infante sceglie, una risposta allo stato di sconforto che lo abita fin dalla nascita.
Anamnesi
Rebecca è nata con parto cesareo, alla 38° settimana di gestazione con un peso di 2.780, seconda di tre figli rispettivamente di 8 anni e di 1 anno.
Comincia a camminare a 10 mesi e a parlare intorno al primo anno.
La mamma mi riferisce che Rebecca non è stata allattata perché “aveva poco latte”.
La bambina, viene svezzata intorno agli 8 mesi, fino ad allora Rebecca si è alimentata solo con il biberon “facendo 5 poppate al giorno”.
Quando il rifiuto del cibo è diventato sempre maggiore, la mamma mi dice che pur di farla mangiare le “frullo tutto e lo metto dentro il biberon con il latte”.
La madre una donna giovane, mi appare al primo incontro poco curata, con uno sguardo triste, quando le chiedo di raccontarmi qualcosa di Rebecca inizia dicendo che ha una grande paura per Rebecca “se continua a non mangiare morirà”. Mi racconta la sua storia, sua madre, la nonna materna di Rebecca, è “anoressica da sempre”, racconta i momenti depressivi della madre, il suo continuo rifiuto a mangiare, i momenti in cui la ricorda a letto, con la flebo attaccata, i sondini per alimentarla che lei si “staccava”, lo sguardo del padre pieno di dolore e aggiunge mio padre non ce la fa più. Aggiunge che era il padre che a casa si occupava di loro in tutto anche di cucinare e che oggi la madre sta molto male teme che anche la madre possa morire.
Aggiunge inoltre che lei ha sofferto di bulimia, proprio nella bulimia si mangia in maniera indifferenziata, ma non ha mai vomitato, che oggi ha superato questo problema ma sembra essere molto attenta al corpo e che vive il momento del pranzo o della cena, come una “con-fusione”. Aggiunge, con tre bambini è difficile, occuparsi di loro contemporaneamente per farli mangiare, mi confondo li faccio mangiare quando dicono loro, capita spesso che li inseguo per mangiare, mangiano davanti la tv, io mi stanco. Non ci riesco, poi sono sola, mio marito quando torna da lavoro si siede e si riposa. Io poi devo dare il biberon a Rebecca, perché lo prende solo da me.
Sembra che in Rebecca il “resto sintomatico” è qui affrontato nel senso di una trasmissione matrilineare, interessante a questo proposito la lettura di “Due Note sul bambino” dove Lacan scrive bene la funzione della madre che non riguarda soltanto la soddisfazione dei bisogni, ma la trasmissione di un desiderio non anonimo. In queste brevi note la madre è una funzione è che le sue cure portano l’impronta di un interesse particolare, fosse solo tramite le proprie mancanze.
Trasmissione di qualcosa che non riguarda il piano significante, ma la dimensione del rapporto all’oggetto che ha prodotto sintomi e loro resti nelle tre generazioni la nonna, la madre e figlia. Da questo “vincolo al femminile” la nonna anoressica, la madre bulimica e la figlia anoressica, nasce il mio interrogativo, cosa rende particolare Rebecca nel suo legame con l’oggetto a, se anche per lei la “separtizione” è stata impossibile e insopportabile così da giungere ad un’anoressia precoce? L’oggetto a incarna il modo del soggetto d realizzare il suo particolare stile di godimento, attraverso il fantasma.
Il padre molto giovane, appare curato, mi racconta con voce commossa la paura che ha di perdere Rebecca. Aggiunge di aver sofferto di depressione, dopo la nascita della bambina, perché ha dovuto rinunciare a studiare, ha iniziato un lavoro che a lui non piace pur di sposarsi, non avendo ricevuto nessun aiuta dalla sua famiglia d’origine perché rifiutavano la sua fidanzata oggi moglie, inoltre racconta di un episodio, in cui Rebecca aveva pochi mesi è andato un giorno via da casa, e pensa che la bambina abbia smesso di magiare per questo evento.
Episodio che mi racconta anche la moglie e che ancora oggi mi dice la moglie mi dà un dolore fortissimo.
Inizio del trattamento
Rebecca entra serena e sorridente nella stanza tutte le sedute, mostra all’inizio difficoltà ad andare via al termine della seduta, c’è una difficoltà a separarsi, le dico che ci vediamo la prossima volta e lei mi saluta e mi dice mi dai il biglietto. La mamma mi racconta che lei conserva tutti i biglietti degli appuntamenti.
Tra i vari giochi sceglie dei colori ad acqua con i quali inventa il gioco del colorarsi le mani. Mi dice sorridente “ti colori pure tu le tue mani? Le dico si, bello questo gioco, e aggiungo Rebecca sceglie il viola e Stefania il verde. Lei mi dice “va bene uno Stefania ed uno Rebecca”.
Cerco di significare il colore, chiedendole come mai le piace il viola e lei mi risponde che il viola “piace anche alla mamma”
Altra richiesta che spesso mi fa della colla, vuole incollare i fogli che colora, e vuole incollare tutti appiccicati, le dico, allora, che si può incollare qualcosa nella separazione, incollare i fogli mettendoli in serie e tra un pezzo e l’altro lasciare un vuoto.
Colore e colla rappresentano Rebecca come significanti che all’inizio della cura rimandano alla madre.
Quando le dico che oltre a colorare se vuole possiamo disegnare mi dice di si, e inizia a disegnare una figura, molto grande e senza bocca, che alla mia domanda chi è, Rebecca mi dice “la mamma”. Le dico manca qualcosa al disegno, manca la bocca e lei mi dice si la bocca.
Tentativi di separazione
Mi ripete spesso durante le sedute “mi chiamo Rebecca Palazzo” e mi dice hai capito!!!, Palazzo, ed io le dico sì, Palazzo come il tuo papà.
Un altro gioco che ripete è quello del tagliare in piccoli pezzi tutto. Il pongo con il quale gioca ed i fogli di carta, li colora, e poi li taglia in tanti piccoli pezzi con le forbici.
La scelta che adesso Rebecca fa e di altri colori oltre il viola, e non chiede più la colla, ma appena finisce di tagliare o di colorare mi chiede di mettere “tutti i pezzi” nella sua carpetta. Una carpetta che tengo in studio con il suo nome, nel quale mettiamo dentro tutte le cose di Rebecca.
Vediamo da qui come inizia a funzionare il Nome del Padre, come funzione simbolica, di separazione il taglio, che nel gioco le sottolineo e sostengo dicendole “bene, tagli!” .
In una seduta parliamo della bocca.
Disegna dopo che ne abbiamo parlato, la bocca, comincia a simbolizzare dopo averne parlato, dapprima da sola in un foglio una grande bocca, poi mi dice la coloro e la taglio, ed io bene!!
Poi disegna una faccia grande con la bocca, occhi, capelli…poi aggiunge naso e il corpo…
Quando arriva in seduta mi dice ti piace come sono vestita, guarda le scarpe nuove. Le piace molto curarsi è molto vanitosa e molto femminile,la mamma mi riferisce che adesso sceglie lei i vestiti e quando ha la seduta le piace molto vestirsi molto femminile.
Dopo alcune sedute, sceglie un gioco nuovo, dal disegno al gioco simbolico con la casa e alcuni personaggi che scegli per fare i componenti della sua famiglia. Inizia a sceglierli e cerca un posto dentro la casa per tutti.
Prepara i letti…dentro casa… il primo letto che sceglie è il suo che mette all’ingresso, e mi dice “ questo è di Rebecca” poi inizia a sistemare tutti gli altri.
Parla spesso in seduta della nonna Rosa, la mamma del padre, che sembra avere una funzione paterna, alla quale la bambina è molto legata, mi dice è lei che mi fa giocare e che mi da lo yogurt al cioccolato che mi piace molto. A questa nonna Rebecca chiede di comprarle il rossetto rosa, e le dice come quello di Stefania, le sedute successive viene con questo rossetto rosa e mi dice ti piace? le dico si bello, è rosa!
Sembra essere nel discorso, il discorso passa da lei nel momento che mette il letto nell’ingresso e da un posto a tutti. Darsi un posto e dare un posto.
Poi mi chiede un foglio per disegnare la famiglia. Mi dice posso disegnare, le dico si e mi dice faccio la mia famiglia, dal disegno della mamma sola, ad un disegno in cui se stessa, la mamma, il papà, i fratelli, poi gira il foglio e disegna un’altra figura e mi dice questa è Stefania, “ti ho disegnato con un colore diverso” e poi dice, con lo stesso colore posso fare la bocca a tutti? Le dico si, bene! Mi guarda sorpresa e divertita.
Sembra che il Transfert, permetta a Rebecca di usare il “colore Stefania” per fare la sua bocca e la bocca di tutta la sua famiglia e dopo le permette di parlarne.
Legami che restano
Rebecca “succhia gli alimenti” così mi dice la mamma quando le domando se la bambina mastica gli alimenti. Trovo interessante il succhiare, perché mi ha fatto pensare a Lacan che quando specifica cos’è la pulsione orale dice… si parla di fantasmi di divorazione, di farsi poppare. Dato che ci riferiamo al poppante e al seno, e che l’allattamento è la suzione, diciamo che la pulsione orale è il farsi succhiare, è il vampiro. Ciò che è quell’oggetto singolare che io mi sforzo di scollare dalla vostra mente dalla metafora del nutrimento, cioè il seno. Il seno pure è qualcosa di appiccicato. Che succhia. Che cosa succhia? L’organismo della madre.
In questo modo, è sufficientemente indicato a questo livello, qual è la rivendicazione, da parte del soggetto, di qualcosa che è separato da lui, ma che gli appartiene e di cui si tratta che si completi.
Fa un disegno dove mette una finestra, e dentro una donna, e mi dice questa è la mamma, è triste. Io le dico si questa mamma è triste , Rebecca è felice.
Mi guarda e dice, ma bene, taglio la finestra. Le dico bene.
Sembra che un limite, inizia ad essere possibile, la finestra, dentro la quale è chiusa la madre, ma ancora per Rebecca, la mamma non si può tagliare. Si taglia tutto ma non la mamma.
L’evoluzione del trattamento
Il sintomo analitico costruito nel transfert, mettere la bocca nel foglio con il colore, dopo averne parlato e l’uso del rossetto rosa di Stefania, permette di staccare dal godimento mortifero la bambina e di simbolizzare attraverso il linguaggio ed entrare nel discorso.
Sostenere il gioco del taglio, è quello che faccio nella cura, poiché nel taglio e nella ripetizione c’è iscrizione significante.
Mi chiede dei biscotti le dico che non ci sono, la invito a disegnarli, lei li disegna e poi li colora e dopo dico buoni, lei li tagli e mi dice non si mangiano sono di carta, io le dico facciamo finta, li tagliamo, un pezzo piccolo, lo taglia a mi dice che lei non mangia le fanno male i denti, si rompono se mastica, lei non mastica succhia. I denti si rompono, sembra fare pensare ad un traballo della funzione del padre, i denti permettono il taglio!



