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Dott. Angelo Villa

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Il ruolo della famiglia nei soggetti con disturbo dall’uso delle sostanze (DUS) e il lavoro riabilitativo ne

2025-07-14 12:56

di Salvatore Stornello

FORT-DA numero 5/2025,

Il ruolo della famiglia nei soggetti con disturbo dall’uso delle sostanze (DUS) e il lavoro riabilitativo nelle comunità terapeutiche

di Salvatore Stornello e Giuseppe Losardo

In linea generale sappiamo bene che l’uomo è il risultato delle proprie esperienze passate, di qualcosa che ha veicolato l’individuo in una direzione oppure verso un’altra, funzionale o meno al percorso di crescita. Per quanto riguarda le Dipendenze, è assodato che la persona che soffre di un disturbo dall’uso delle sostanze (DUS) o da dipendenze comportamentali, i fattori scatenanti sono multifattoriali, questo vuol dire che in causa vengono tirati diversi fattori, come: la famiglia d’origine, aspetti genetici ed epigenetici, contesto sociale, eventi traumatici e aspetti culturali, per tali ragioni le esperienze e il vissuto di questa persona si presenta agli occhi degli specialisti che trattano la riabilitazione, più complessa e articolata, caratterizzata da episodi negativi e traumatizzanti che lo hanno condizionato nell’arco della sua vita. La famiglia di origine, pertanto ha avuto sempre un ruolo determinante oppure determinante e scatenante se parliamo di patologia. A tal proposito, infatti, come afferma Giovanni Salonia (2011, p.3): “la crescita umana e spirituale di ogni persona accade e si esprime nella rilettura [… ] della propria storia, della propria famiglia d’origine.” Quando la relazione tra essi, però, è disfunzionale, a causa di profonde ferite affettive, come per esempio, traumi e violenze, l’organismo cerca successivamente strategie compensatorie di sopravvivenza. Una di queste è la dipendenza patologica. L’individuo che arriva in Comunità, molto probabilmente, ha già alle spalle lunghi anni di dipendenza da sostanza, sia essa alcol, droga oppure entrambe e vede la nostra struttura come l’ultima strada da percorrere per un possibile quanto complicato processo di guarigione. In questa fase iniziale il rischio di drop out è molto elevato. In tutto ciò la terapia farmacologica prescritta dallo Psichiatra della struttura potrebbe essere necessaria, almeno per il primo periodo di permanenza. Dopo una prima anamnesi iniziale, quindi, l’utente viene affidato ad un educatore di riferimento, che per un certo periodo, all’incirca un paio di mesi, si occuperà di lui. In tutto ciò le figure dello Psicologo e dell’Educatore, risultano centrali perché avvieranno con l’utente un percorso terapeutico, focalizzando il suo operato su colloqui clinici, colloqui motivazionali e di sostegno e in qualche circostanza più complessa si può iniziare un processo di psicoterapia. A scanso di equivoci e importante chiarire un aspetto, l’aggettivo “Terapeutica”, va inteso in chiave Pedagogica, fuori da classificazioni di clinica medica, quale setting pedagogico che offre al soggetto: la possibilità di riconoscimento delle proprie difficoltà, oltre al sintomo; l’integrazione sociale, attraverso la rieducazione; l’accettazione sociale, dopo il mero contenimento. A tal proposito, come operatori del settore la domanda centrale che ci siamo sempre posto all’inizio di un processo riabilitativo è sempre la stessa e cioè: che legame intercorre tra la sostanza e l’utente che ne ha fatto uso? Inoltre, cosa rappresenta per lui tale sostanza oltre alla momentanea illusione di piacere, che inevitabilmente lo riporterà come afferma Giovanni Salonia (2022) “ad un circolo vizioso interminabile”? Dietro questo circolo vizioso di dipendenza patologica c’è un mondo inesplorato, dove potrebbe emergere dallo sfondo un vuoto relazionale che il soggetto, inconsapevolmente, vorrebbe colmare. E’ bene precisare, che il processo di riabilitazione che si propone all’interno delle strutture terapeutiche di Casa Rosetta non si incentra sulla dipendenza fisica, ma sulla centralità della persona. Le sue origini traggono dal modello terapeutico americano chiamato Day Top, ideato da monsignor O’ Brien ed importato in Italia da don Mario Picchi del Centro Italiano di Solidarietà (CEIS), in cui modello utilizzato era quello di <<Progetto Uomo>> e che oggi continua a dare i suoi frutti attraverso le varie strutture sparse per l’Italia, che sposano tale filosofia. Ma quando si inizia un percorso riabilitativo, che possa essere ambulatoriale tramite i servizi territoriali (SerD) o le comunità terapeutiche a regime residenziale, un anello centrale per la buona riuscita del percorso è il ruolo della famiglia.

Nell’ambito del Disturbo da Uso di Sostanze (DUS) la famiglia può essere considerata sostanzialmente nei seguenti aspetti:

-         La famiglia come causa, vale a dire come elemento determinante e/o concorrente all’instaurarsi di un disturbo (ruolo della famiglia nell’eziopatogenesi);

-         La famiglia come fautrice di bilanciamento tra fattori di rischio e di protezione (a seguito di interventi preventivi specifici);

-         La famiglia come collaboratore al trattamento;

-         La famiglia come paziente, riferendosi all’ampio spettro di terapie familiari.

Questo inquadramento appena elencato, ci dà una precisa indicazione del ruolo della famiglia a vari livelli e a seconda della situazione, in che misura a contribuito nella vita del proprio figlio/a purtroppo nell’accostamento delle sostanze. Non a caso il NIDA (National Istitute on Drug Abuse), il più importante istituto americano che si occupa di droghe, ha evidenziato, basandosi su ricerche scientifiche, i fattori di rischio anche correlati alla famiglia, elencandoli in questo modo:

-         Ambiente familiare disordinato, in particolare quando i familiari abusano di sostanze o soffrono di disturbi mentali;

-         Genitorialità inefficiente, in particolare nei confronti di ragazzi/e con difficoltà caratteriali e problemi comportamentali;

-         Mancanza del legame di attaccamento fra genitori e figlio;

-         Comportamento in classe inappropriato in quanto eccessivamente timido o aggressivo;

-         Fallimento scolastico;

-         Scarse abilità sociali; affiliazione con pari caratterizzati da comportamenti devianti, tra i quali l’uso delle sostanze;

-         Percezione che in ambito familiare, scolastico, dei pari e della comunità vi sia approvazione nei confronti del consumo.

Partendo da questo assunto, è comprensibile perché la famiglia detiene un ruolo sostanziale per quanto riguarda l’insorgenza della patologia. Infatti, come evidenzia in un suo intervento la dottoressa Santina Claudia Micieli, Psicoterapeuta ad indirizzo Sistemico – Familiare, il sintomo della dipendenza patologica potrebbe risalire anche al risultato disfunzionale di una trasmissione transgenerazionale. Tale trasmissione potrebbe avvenire attraverso comportamenti nocivi, problem solving sfavorevoli di gestione emotiva, ruoli e funzioni. In tutto ciò, il setting terapeutico è lo strumento cardine che permette una lettura chiara che va oltre il singolo problema, non focalizzandosi, dunque, esclusivamente sull’aspetto prettamente comportamentale ma sull’aspetto emotivo e relazionale di tale comportamento. Il processo riabilitativo richiama per tali ragioni ad un approccio Olistico, perché nessuna delle componenti centrali della persona va lasciata indiscussa, me è proprio un lavoro di scardinamento che permette di far riaffiorare fuori le radici del problema affrontandolo una volta per tutte. Pertanto in questo lavoro di ricostruzione, non è efficace lavorare solo sulla singola persona che vive il problema, me è importante tirare in ballo nel processo riabilitativo le figure genitoriali, dove, se da un lato la persona vive profondamente la sua crisi, rimettendo in discussione tutto, soprattutto come afferma in un suo intervento  Giovanni Salonia: “la dipendenza è il fermarsi ad una fase evolutiva”, e quindi riconoscere dove questo blocco è avvenuto, quali cause hanno celato  quella fase, dall’altra appare fondamentale un lavoro di messa in discussione della famiglia, quale modello educativo attuato? Quale comunicazione attuata con i figli? Qual è stato il modello genitoriale proposto a loro? Ecco, queste alcuni dei punti centrali che vanno riproposti in una lettura rieducativa di tale processo, non allo scopo di trovare il colpevole della storia, ma di riuscire a rimettere in sesto l’intero nucleo familiare, affinché insieme possano trovare un asse relazionale che non sia asimmetrico ma simmetrico, cioè dove la chiave di tutto è l’espressione verbale, priva di timori e giudizi che possano ostacolare una sana e buona comunicazione tra figlio/a e genitori. Ecco perché lavorare sulla famiglia ci permette come operatori di comunità di riuscire a comprendere quali sono le dinamiche che la caratterizzano, quali bisogni del paziente sono mancati in una fase specifica del suo ciclo di vita, quali strategie disfunzionali si sono attivate in lui e quali meccanismi automatici si sono attivati all’interno della famiglia stessa.  In questo quadro articolato, i gruppi famiglia e la consulenza familiare appaiono strumenti efficaci per far emergere vari spunti di riflessione per quanto riguarda un presumibile processo disfunzionale familiare che si è attivato o radicato in tale struttura parentale e che si riflettono nella patologia del soggetto che ne è soltanto il portatore, colui, cioè, che esteriorizza la problematica, attraverso la sua dipendenza da sostanza. Nel lavoro con le famiglie di un individuo che presenta disturbo da dipendenza patologica, lo psicologo o l’educatore hanno sempre la consapevolezza di lavorare attraverso una impostazione relazionale e che il buon risultato della terapia si può raggiungere solo attraverso una reale collaborazione tra le parti. Quest’ultimo aspetto diventa centrale nel lavoro riabilitativo, perché, è vero che la Comunità è luogo di Cura e Perdono, attraverso il Mi Perdono e Ti Perdono, si trova il coraggio di scavalcare il grande muro dell’orgoglio e della paura, tendendo la mano verso una nuova relazione affettiva, sana ed equilibrata, ma è anche vero, che il progetto terapeutico sposato, ha la funzionalità di gettare le basi di un nuovo progetto di vita, dove vengono dati chiavi di lettura profonde del proprio vissuto familiare ed esistenziale, ma anche strumenti nuovi per poter coordinare una nuova relazione genitori – figli, perché come diceva Padre Vincenzo Sorce, “Tutto ciò che amato cresce”.  È proprio l’amore il fulcro di questo riscatto, famiglie che arrivano in comunità esasperate, disperati, rasseganti alla sorte di un figlio che vive nelle tenebre della morte e che poi giorno dopo giorno, mese dopo mese ritorna alla vita, si riaccende così la speranza che qualcosa è cambiato, che finalmente dopo il buio la luce di una nuova vita. La gioia di fronte questa resurrezione, incentiva e facilita il processo di dialogo tra le due parti, che guidati dagli operatori, iniziano a prospettarsi in nuovo ritorno a casa, fatto di nuove regole, di nuovo modus relazionale, con l’impegno di non riproporre lo stesso copione in cui erano inciampati, fatto di egoismo, bugie e risentimenti. Per questo nel processo riabilitativo, diventano importanti, dopo un lavoro di riassestamento, delle brevi verifiche a casa per poi passare gradualmente all’ultima fase del programma che consiste nel Reinserimento. La famiglia, se pur è avvolta dalla gioia incontenibile di riavere il proprio figlio/a  a casa, rimane per un lungo periodo con lo sguardo guardingo, attenta a evidenziare comportamenti che fanno scattare l’allarme su qualcosa che non va. La fiducia che sta alla base della relazione, viene messa alla prova costantemente da entrambi le parti, si osservano e si scrutano continuamente e spesso è proprio questo atteggiamento, che crea una condizione di tensione che porta inevitabilmente allo scontro. Gli operatori sanno che il processo di assestamento, prevede un periodo di prova e che dopo aver superato questa fase, raddrizzando il tiro di volta in volta attraverso colloqui mirati, riescono ad aiutare il nucleo a trovare il loro giusto equilibrio. La Comunità è vero che per certi aspetti somiglia ad una famiglia, e non a caso gli ospiti, in certi momenti di condivisione sottolineano questa loro gratitudine a mamma Comunità, che li ha ripartoriti alla vita, ma è anche vero che le famiglie, riscoprono attraverso la Comunità un modello familiare perduto, riscoprendo quel senso di unione e di appartenenza che in una vita frenetica e frantumata come la nostra, appare oasi nel deserto che ristora l’anima e la mente. 

 

BIBLIOGRAFIA

Caretti V., La Barbera D., Le dipendenze patologiche – clinica  e psicopatologia, Edizione Cortina, prima edizione Milano 2005

Fava Vizziello G. – Stocco P.,  Tra genitori e figli la tossicodipendenza, Collana di Medicina e Psicoterapia . Masson 1997

Lugoboni F – Zamboni L. (a cura di)., In sostanza manuale sulle dipendenze patologiche, medicina delle dipendenze, edizione Clad Onlus, Verona 2018

Salonia G., Le dipendenze patologiche in Gestalt Therapy, Articoli Blog Gtk , 2022.

Salonia G., Ordo  amoris e famiglia di origine, 2011
 Vanier J. La comunità, luogo del perdono e della festa, Jaca Book, ottava edizione Milano, 2018

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