Ci siamo passate il testimone di lavoro nella conduzione di un gruppo di psicodramma analitico in un’istituzione privata con adolescenti e giovani adulti. Molti ragazzi e ragazze, con il passare del tempo, sono cambiati ma alcuni ancora partecipano a questo gruppo che, essendo “aperto ai quattro venti” – come dice Elena B. Croce, nostra maestra, ha visto e vede un continuo andirivieni di pazienti.
Possiamo dire che i pazienti sono in prevalenza ragazze e il sintomo più frequente è quello dell’anoressia, accompagnato sempre più da disagi dovuti alla confusione di appartenenza a un genere.
Nell’affrontare le loro problematiche cliniche anche attraverso gli strumenti che lo psicodramma ci mette a disposizione possiamo osservare/ascoltare che il fil rouge che collega i loro discorsi è il seguente: da una parte un legame “anormale” con le proprie madri e dall’altra un susseguirsi di fidanzati (per la maggior parte si tratta di ragazze e giovani donne) dapprima idealizzati e poi velocemente scaricati, anzi “accannati” secondo il gergo dei giovani.
Un fenomeno costante delle loro esistenze è l’impossibilità a creare rapporti affettivi e sono invece particolarmente esposte a dipendenze amorose. Parlano delle loro relazioni in modo sempre affannato, descrivendo situazioni di asservimento al desiderio dell’Altro in una dialettica che nulla ha a che fare con l’amore.
Chiedendo all’altro/Altro qualcosa che non si vuole perché in realtà c’è la paura di essere divorati, queste ragazze possono soltanto idolatrare l’altro/Altro dal quale poi non riescono a separarsi perché è onnipotente. Ma l’onnipotenza di un ragazzo viene facilmente sostituita da quella di un altro, purché ce ne sia sempre uno.
A proposito del sintomo anoressico, che le porta a chiedere aiuto cercando di orientare i propri discorsi su specchi, bilance, chili, calorie, ore di palestra, vomiti, abbuffate e …mamme, ricorriamo a Lacan.
Ci dice Lacan: «L’unico potere che il soggetto detiene contro l’onnipotenza è dire di no a livello dell’azione, e introdurre qui la dimensione del negativismo»[1].
«Vi ho già detto che l’anoressia mentale non è non mangiare, ma non mangiare niente. Niente è appunto qualcosa che esiste sul piano simbolico […]. Di questa assenza gustata come tale, si serve nei confronti di ciò che ha di fronte, ossia la madre da cui dipende. Grazie a questo niente la fa dipendere da lui»[2].
Come abbiamo già accennato, la nostra esperienza ci ha mostrato la forte dipendenza di queste ragazze che dicono di no alla madre, al cibo che essa offre, ma è un modo che utilizzano prevalentemente per protrarre e allo stesso liberarsi del fantasma materno che vive con loro.
È molto difficile portare queste pazienti a interrogarsi sulle loro questioni. Sono estremamente confuse rispetto al loro stare male e questo è anche in parte dovuto al fatto che provengono generalmente da famiglie molto attente ai loro disagi. Infatti, appena si scava un pochino nei racconti del quotidiano, si scopre che le relazioni all’interno della famiglia sono vischiose e l’esperienza con l’eccesso di cure e attenzioni da parte della madre produce facilmente sensi di colpa nei confronti del tentativo di liberarsi dell’oppressione genitoriale.
«Il plusmaterno è una forma di odio piazzato al cuore dell’amore» e ancora «molti figli di plusgenitori credono che sia il loro amore, la loro premura la loro vicinanza a tenerli veramente in vita, In realtà li ha deprivati della loro» [3]. Queste parole di Pigozzi, tratte da Amori tossici, Alle radici delle dipendenze affettive in coppia e in famiglia, descrivono anche la nostra esperienza in questi gruppi di psicodramma.
Nella clinica si presentano di continuo queste modalità di relazioni perverse, di dipendenze patologiche in cui l’altro che sia figlia, figlio, genitore, partner sono sempre sotto scacco.
«È in nome d’una mala intesa fedeltà all’amore dell’altro (per esempio della madre) che un perverso compie i suoi atti d’odio nei confronti delle proprie vittime».
La precedente citazione è tratta dal testo di Ettore Perrella Per una clinica delle perversioni.
Lo stesso è anche autore di Per una clinica delle dipendenze in cui afferma che nelle dipendenze, come nelle perversioni e nelle psicosi, si vede l’attuazione di forme patologiche, deliri, atti autodistruttivi e passaggi all’atto che hanno una genesi diversa dai sintomi nevrotici. Ci si trova di fronte ad una prassi che si ritrova nelle diverse forme di dipendenza, una sorta di negativismo relativo alla legge, al riconoscimento dell’ordine giuridico e al giudizio stesso. La struttura della dipendenza è basata sulla funzione della denegazione: il soggetto nega la propria capacità di esprimere un giudizio e attribuisce questa capacità ad un altro, un altro che può essere anche il proprio oggetto d’amore e di godimento e del cui giudizio non tiene conto.
Nel soggetto dipendente si ritrova la mancanza della funzione paterna come funzione della legge, al suo posto si trova una madre che colloca il figlio nel posto del proprio ideale ostacolando e negando la sua soggettività. L’effetto della denegazione, quindi, produce un soggetto idealizzato che paga a caro prezzo questa idealizzazione, la sua individualità non è riconosciuta e diventa prigioniero dell’immagine che l’altro si fa di lui, l’altro-madre o l’altro-partner di una relazione amorosa, un altro che viene incorporato, a sua volta, come oggetto idealizzato. Ci troviamo così di fronte ad una forma di dipendenza e di controdipendenza.
Chi è questo “uno” (partner) che equivale a “uno altro”, per queste ragazze che non presentano nessuna di quelle caratteristiche che sono tipiche degli innamoramenti giovanili, che sembrano non scegliere, ma al quale non possono rinunciare? Stiamo effettivamente parlando di perversione?
Ci viene in aiuto la complessa teorizzazione lacaniana sulla relazione oggettuale.
«[…] l’oggetto reale non ha alcun bisogno di essere specifico. Non è l’oggetto a svolgere il ruolo essenziale, ma il fatto che l’attività ha reso una funzione erotizzata sul piano del desiderio, il quale si articola nell’ordine simbolico. Vi faccio notare, per inciso, che tutto ciò porta così lontano da rendere possibile che, per svolgere lo stesso ruolo non ci sia più alcun oggetto reale. Si tratta in effetti soltanto di ciò che dà luogo a un soddisfacimento sostitutivo della saturazione simbolica» [4].
Così si esprime Lacan riferendosi a quella che definisce “la dolorosa dialettica dell’oggetto”. Egli tenta di ribaltare l’impostazione di alcune scuole psicoanalitiche che cercando una fissazione psicologica dell’oggetto introducono ad una “psicogenesi delirante” attraverso la quale si cerca di spiegare una modalità per cui il soggetto arriverebbe all’incontro con un oggetto “ideale, terminale, perfetto, adeguato” e che servirebbe alla normalizzazione del soggetto stesso[5].
La verità, secondo Lacan, è che il soggetto può rapportarsi soltanto ai “differenti modi dell’Altro” (415).
Partendo da queste considerazioni ci chiediamo come mai queste giovani donne sappiano instaurare soltanto relazioni perverse, seppur con diversi “gradi” di perversione.
L’amore di Luciana per Domenico pare una materia colloidale, sembra avere la consistenza del miele, della vernice, è una superficie che si ricompone dopo ogni ferita, ogni immersione, ogni strappo. A volte Luciana pensa che sia proprio il suo amore a prescindere da Domenico, oggetto del suo amore. Che neanche lei lo veda, come lui non vedeva più lei, teme di avere in mente una cosa amorosa e che non le interessi chi davvero ne siano gli attori [6].
Le parole di una scrittrice che racconta un fatto vero di amore perverso descrivono bene quanto si incontra nella clinica. L’amore “vero”, di cui tratta Maria Grazia Calandrone in Magnifico e tremendo stava l’amore, è la storia di un innamoramento che si trasforma in un rapporto perverso violento e pericoloso finché non è lei, Luciana, dopo venti anni di violenze subite a uccidere il marito Domenico, padre dei suoi tre figli, per porre una fine definitiva a una dipendenza massacrante.
Non c’è età, né classe sociale o economica per sviluppare dipendenze d’amore perverse.
Ne sono una testimonianza tutte quelle uccisioni di donne, definite femminicidi, di cui oggi abbiamo quotidiane dimostrazioni. Ma non è dal punto di vista sociologico che vogliamo affrontare la questione.
Desideriamo invece soffermarci ora su una storia di “femminicidio” avvenuta ormai più di quaranta anni fa.
Althusser è un filosofo, un intellettuale. È un cattolico radicale che tenta di operare una sintesi tra il pensiero cristiano e quello marxista. È uno scrittore protagonista del movimento culturale del suo tempo, frequenta la psicoanalisi e il maggiore esponente del momento, Jacques Lacan.
Fin dalla nascita, con l’attribuzione del nome Louis, egli si trova implicato in una rete di significanti per cui eredita il nome del fratello di suo padre, l’altro Louis, morto in età giovanile. Inizia la sua vita con il nome di un morto e si trova nella posizione di chi potrebbe saturare il desiderio materno. Ma si tratta di un desiderio che potremmo definire già di per sé perverso, in quanto la giovane Lucienne in realtà non era stata sposata con il defunto Louis. Perché, allora, si sposa con il fratello del defunto?. È quello che si chiede anche Roudinesco parlando della “follia” di un simile matrimonio in quanto la legge del levirato presuppone che un uomo sposi la vedova del fratello minore, ma non la sua fidanzata.
Il padre è molto assente, non svolge la sua funzione di-Nome-del-Padre. È esclusivamente la madre che si occupa di lui e che esercita la sua volontà, tanto da spingerlo in faccende domestiche prettamente femminili che lui svolge accondiscendendo il volere materno. Nasce in lui l’angoscia di non essere uomo. Scriverà nella sua autobiografia «...quel primato del corpo...mi consentiva di mettere fine alla lacerazione interna fra il mio ideale teorico, nato dal desiderio di mia madre, e il mio stesso desiderio di esistere per me, il mio proprio modo di esistere»[7]. Fin da giovane lo accompagna una omosessualità latente, è psichicamente instabile, subisce ricoveri, tuttavia svolge a pieno titolo la sua funzione di intellettuale.
Hélène Rytmann nasce nel 1900, a Parigi, è una donna emancipata, sociologa, militante politica, rivoluzionaria. Nasce da una famiglia di origine ebraica e durante la guerra si rifiuta di portare la stella di David. Lavora come ricercatrice per l’OCSE e per la Società di studi per lo sviluppo economico e sociale. Incontra Louis, nel 1946, in casa di amici. Ha un passato drammatico, è ebrea, odiata dalla madre che la considera una megera. A tredici anni assiste alla morte del padre, malato di cancro, in seguito ad un’iniezione letale praticata dal medico di famiglia. Dallo stesso medico subirà una violenza sessuale e l’anno successivo sarà messa in condizione di praticare lei stessa l’iniezione letale alla madre, anche lei malata di cancro.
Hélène è la prima donna ad essere baciata da Louis, e la prima con cui fa l’amore. Questo scatena una crisi di enorme portata nel filosofo, si rompe il precario equilibrio che lo aveva sorretto fino a quel momento tanto da arrivare a un primo ricovero psichiatrico. Seguiranno varie diagnosi e molteplici cure nel corso degli anni. Le crisi si ripeteranno durante tutta la loro relazione e Hélène si farà carico di permettere a Louis di mantenere la sua posizione di filosofo riconosciuto e influente. Chi è Louis per Hélène? Prende il posto del figlio che lei autonomamente decide di abortire e la relega al “ruolo di madre-matrigna”? L’uomo da proteggere da se stesso e da sottrarre alle donne che lo avvicinano e che lei puntualmente mette in fuga?
A conclusione dell’ennesimo ricovero di Louis, Hélène gli comunica di volerlo lasciare. Non ce la fa più a sorreggere quella situazione, in alternativa avrebbe pensato al suicidio. Lui non vuole crederle.
A prova della dipendenza perversa tra i due, per motivazioni a noi sconosciute, si chiudono in casa per giorni, allontanando tutti gli amici.
La mattina del 16 novembre 1980 Hélène Rytmann muore, strangolata dal suo compagno Louis Althusser.
Il fatto scuote tutta l’opinione pubblica e il mondo intellettuale francese e internazionale. La mancata condanna del filosofo, dopo una perizia psichiatrica che lo riconosce incapace di intendere e di volere, aumenta lo stupore e lo sconcerto nella società del tempo.
In questa storia, subito dopo, Hélène sembra essere dimenticata.
Questa storia di dolore e perversione è raccontata in un bel libro della psicoanalista Giuliana Kantzà e ci riporta a quanto nel legame sociale sia evidente l’esistenza di due istanze.
La prima è quella dell’incontro tra simili causata da processi di identificazione, in cui ognuno vede nell’altro qualcosa di simile o di diverso da sé. Si tratta della dimensione immaginaria sull’asse a----a¹ sulla quale si collocano amore e odio. L’altra dimensione è quella simbolica che prevede il rispetto della Legge, che va considerata come strutturante della relazione con l’Altro.
Assistiamo in questo caso, come in tutti quegli omicidi che avvengono all’interno di relazioni perverse, alla estrema fragilità dei legami che rendono impossibile l’accettazione della separazione.
Quando non si fa riferimento alla Legge e si vive in un simbolico lacerato assistiamo al predominio dell’asse immaginario che va nel versante dell’odio e della perversione e si tramuta in continui passaggi all’atto.
Chiudiamo il nostro intervento con una citazione dal testo della filosofa francese M. Garcia, Vivere con gli uomini. Cosa ci insegna il caso Pelicot. Si tratta del racconto del processo svoltosi a carico di Dominique Pelicot e di altri 50 imputati, ad Avignone, nel 2024, accusati di stupro nei confronti di Gisèle, settantaduenne moglie di Dominique. Violenze sessuali meticolosamente organizzate dallo stesso Dominique, che reclutava su un sito i suoi complici. La donna ha subito oltre 90 violenze sessuali, tutte riprese con la videocamera dal marito che prima degli incontri riusciva a far assumere alla moglie dosi tali di farmaci da indurla in uno stato comatoso.
La citazione non ha bisogno di commenti, ma è testimonianza efficace di quanto l’amore e l’odio costituiscano un binomio sul quale si gioca la relazione uomo/donna.
«In realtà Dominique si presenta come il cavalier servente di Gisèle. Dall’inizio alla fine del processo non smetterà mai di dire che lei è il suo amore, la sua santa, che ama solo lei, che avrebbe dovuto proteggerla. Affermazioni chiaramente inaudite, ma sono le sue parole»[8].
Bibliografia
Calandrone M.G. (2024), Magnifico e tremendo stava l’amore, Einaudi, Torino
Garcia M. (2025), Vivere con gli uomini. Cosa ci insegna il caso Pelicot, Einaudi, Torino
Lacan J (1956-1957), Il Seminario. Libro IV. La relazione oggettuale, Einaudi, Torino, 2007
Perrella E. (1998), Per una clinica delle dipendenze, Franco Angeli, Milano
- (2000), Per una clinica delle perversioni, Franco Angeli, Milano
Pigozzi L. (2023), Amori tossici. Alle radici delle dipendenze affettive in coppia e in famiglia, Rizzoli, Milano
Roudinesco E. (1993), Jacques Lacan. Profilo di una vita, storia di un sistema di pensiero. Raffaello Cortina, Milano, 1995
Vanni G., Kantzas P. (1994), Althusser. Il filosofo uxoricida, Editori Riuniti, Roma
[1] J Lacan, (1956-1957), Il Seminario. Libro IV. La relazione oggettuale, Einaudi, Torino, 2007, p. 186
[2] Ibidem, p. 184
[3] L. Pigozzi, Amori tossici. Alle radici delle dipendenze affettive in coppia e in famiglia, Rizzoli, Milano, 2023, pp.34-35
[4] J. Lacan, Il Seminario. Libro IV. La relazione oggettuale, 1956-57, p.184
[5] Ibidem, p.12
[6] M.G. Calandrone (2024), Terribile e tremendo stava l’amore, Einaudi, Torino, p.85
[7] L. Althusser, L’avvenire dura a lungo, in Vanni G., Kantzas P. (1994), Althusser. Il filosofo uxoricida, Editori Riuniti, Roma, p.9
[8] Garcia M. (2025), Vivere con gli uomini. Cosa ci insegna il caso Pelicot, Einaudi, Torino, p.151



