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Dott. Angelo Villa

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Il sintomo è la cura, l'estasi degli angeli

2025-07-14 13:08

di Manuela Susanna Wörle

FORT-DA numero 5/2025,

Il sintomo è la cura, l'estasi degli angeli

di Manuela Susanna Wörle

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IL SINTOMO È LA CURA

 “L’ESTASI DEGLI ANGELI”

 

Abstract: In questo articolo mi dedico al fenomeno della dipendenza da una prospettiva psicoanalitica ed esistenziale. Al centro vi è la tesi che la dipendenza non debba essere intesa unicamente come comportamento patologico, bensì come una struttura auto-organizzante dell’essere umano, come un tentativo di autoguarigione.

 

Attraverso i concetti di Erich Fromm e Jacques Lacan viene descritto il legame tra vita non vissuta, distruttività e jouissance. Le dichiarazioni dei/delle pazienti e le osservazioni cliniche illustrano le possibili funzioni individuali del sintomo.

 

Si tratta di un tentativo di proporre una visione differenziata, nella quale la dipendenza viene compresa come espressione di una ricerca esistenziale, dotata di un potenziale distruttivo ma anche della possibilità di trasformazione.

Lo scopo di questo contributo è sviluppare una visione orizzontale e verticale del fenomeno della dipendenza, nella quale il sintomo non appare come un errore, bensì come elemento strutturante e comunicante del soggetto.

 

La dipendenza come struttura esistenziale

 

La dipendenza è molto più di una deviazione dal “comportamento normale”. È espressione di una

forma di relazione del soggetto con il piacere, il controllo, la perdita di controllo e, forse, il senso.

 

Ispirandomi a Benjamin Rusch, si può descrivere la dipendenza come una “malattia della volontà” (Rusch 2015). Tuttavia, questa definizione mi sembra troppo superficiale, se si vuole considerare la complessa psicodinamica del sintomo e il piacere ad esso associato.

 

Charles Baudelaire scrisse:

 

“Bisogna essere sempre ubriachi. Tutto sta lì: è l’unica questione. Ma di che cosa? Di vino, di poesia o di virtù, come preferite. Ma ubriacatevi.”

— Charles Baudelaire, Paris Spleen, 1857

 

 

Perché vogliamo essere ubriachi?

Superare il limite del piacere come passaggio verso la dipendenza Guardando Fromm e Lacan

 

Dalla vitalità impedita alla distruzione

La distruttività come espressione della vita non vissuta

 

Erich Fromm formulò una tesi centrale:

 

“Quanto più l’impulso alla vita viene frustrato, tanto più forte diventa l’impulso alla distruzione; quanto più la vita viene realizzata, tanto minore è la forza della distruttività. La distruttività è il risultato della vita non vissuta.” (Fromm, 1973, p. 260)

 

Nella dipendenza si manifesta un desiderio paradossale:

là dove la vitalità non può essere vissuta, essa viene pervertita nel sintomo. (Erich Fromm, Anatomia della distruttività umana, p. 260)

 

L’obiettivo principale di Fromm è quello di comprendere la distruttività non come un dato naturale, bensì come qualcosa di evitabile. Egli è convinto che una forma di società più umana, che promuova amore, creatività e connessione, possa ridurre significativamente le tendenze distruttive.

 

L’essere umano ricorre paradossalmente alla distruzione quando non è in grado di esistere in modo vitale e creativo.

Ma cosa viene distrutto esattamente?

È una relazione, un’immagine di sé, un sogno o l’ultimo residuo di senso?

 

Nel contesto della dipendenza, la sostanza consumata assume la funzione di un “elisir” – un farmaco auto-prescritto con efficacia a breve termine ma conseguenze distruttive a lungo termine.

Il comportamento di dipendenza colma un vuoto esistenziale nato da alienazione, paura e incapacità di vivere nella libertà – temi che Fromm aveva già trattato ne Il timore della libertà.

 

La società, permeata da logiche di consumo e ideologie di competizione, favorisce comportamenti compulsivi e normalizza il sintomo.

 

E poi scoppia l’incendio
Jouissance, sintomo e pulsione

Lacan parla della jouissance come quel piacere eccessivo che spinge il soggetto oltre il principio del piacere, verso il dolore, l’eccesso e la ripetizione (Lacan, 1973). Il sintomo funge da veicolo di questa jouissance.

 

“Inizia con un solletico e finisce con una vampata di benzina. È sempre così la jouissance.” Lacan

 

Das Inferno ist in meinen Augen eine großartige Metapher, nicht so ungesund, wie es scheint. Ich L’inferno, a mio avviso, è una metafora straordinaria – non così malsana come sembra. Direi che la jouissance disturba il principio del piacere, perché spinge il soggetto oltre i limiti del piacere regolato, verso l’eccesso, il dolore o la trasgressione.

Per questo motivo, la jouissance può svolgere un ruolo fondamentale nella pulsione.

  

La jouissance come motore della pulsione La jouissance ci spinge nella direzione verso cui ci orientiamo – è lo scopo della pulsione. Senza jouissance, non perseguiremmo la pulsione né cercheremmo la sua “liberazione”.

 

La jouissance è ciò che alimenta la pulsione come il carburante, ma non rappresenta una soluzione semplice o appagante. La pulsione gira attorno al suo obiettivo (oggetto a), e la jouissance risiede in questo movimento – non necessariamente in una “liberazione” o realizzazione definitiva, bensì nella paradossale e ripetuta “conquista dell’irraggiungibile”.

 

L’obiettivo della pulsione è determinato dalla jouissance e funge da suo carburante.

 

Questa dinamica può emergere nel processo analitico, in modo che il soggetto comprenda meglio il proprio rapporto con la jouissance e i sintomi ad essa collegati, e forse li trasformi o li coltivi.

 

 

Come si manifesta nel sintomo come portatore della jouissance

Per quanto riguarda il sintomo, si può dire che esso sia in un certo senso un’espressione di questa

jouissance.

 

Anzi, si può comprendere il sintomo come un “portatore” della jouissance, che nella sua manifestazione cattura anche il soggetto nella sua struttura di piacere e dolore.

 

Penso che tutto ciò si comprenda meglio in relazione ai sintomi.

 

In senso più ampio, si potrebbe affermare che il sintomo funge da “freno” all’eccesso della jouissance. Limita il desiderio, senza spegnerlo completamente, e così segna il confine tra piacere e distruzione.

Lo interrompe.

 

I sintomi possono incarnare una tensione tra il soggetto e la sua jouissance unica – una spinta eccessiva, spesso inconscia, che lega il soggetto nel suo desiderio di piacere, mentre evita la distruzione.

 

Un sintomo può dunque essere visto come “portatore della jouissance”, che nel suo manifestarsi trattiene il soggetto nella sua struttura di desiderio, piacere e dolore.

E questo è complesso – raramente si può decifrare da soli.

 

 

Ripetizione, pulsione, pulsione di morte 

Cosa intende Freud con “coazione a ripetere”?

Alla pulsione di morte appartiene la “coazione a ripetere”, ossia l’attaccamento a un’esperienza

vissuta che si ripresenta nel sintomo.

Il piacere si distingue dal desiderio in quanto non cambia liberamente il proprio oggetto, anzi, vi resta attaccato. Anche in questo senso, forse, non è nemmeno interpretabile.


 

Come radicalizza Slavoj Žižek questa intuizione?

 

“E nella misura in cui nel sintomo persiste un nucleo di godimento che resiste a ogni interpretazione, la fine dell’analisi non consiste forse nella dissoluzione interpretativa del sintomo, ma in un’identificazione con esso – in un’identificazione del soggetto con questo punto non analizzabile, con questo particolare ‘tic patologico’ che alla fine rappresenta l’unico sostegno della sua esistenza.” (Žižek, 1989, p. 43)

 

Il processo analitico non mira alla dissoluzione del sintomo, bensì a un diverso rapporto con la propria jouissance.

 

Zižek: “Ama il tuo sintomo come te stesso!” Il sintomo non viene dissolto, ma integrato.

 

 

 

Oscenità e piacere doloroso

 

Jouissance bedeutet nicht einfach Lust. Es bedeutet die Überschreitung der Grenze. La jouissance non significa semplicemente piacere. Significa oltrepassare il limite. Là dove qualcosa dice: “Fino a qui e non oltre”, la jouissance insiste.

Non cerca ritardi, né mediazioni – vuole il di più, l’eccesso.

 

Slavoj Žižek definisce questo godimento “osceno” – non in senso morale, ma perché spinge il desiderio verso una realizzazione eccessiva, senza freni.

 

Ma proprio in questo sta il paradosso: ciò che comincia come piacere sfocia nel dolore. Il soggetto può sopportare solo un’intensità limitata di godimento.

La jouissance supera la misura del principio di piacere – e diventa così sofferenza. Un piacere che fa male, una soddisfazione che corrode il soggetto.

 

Lacan lo esprime in modo radicale:

“Godere è soffrire.”

 

Il termine francese mal – che può significare sia “male”, sia “dolore” – esprime perfettamente questa ambivalenza.

 

Si tratta di un piacere doloroso, che non libera ma trattiene. Un piacere che non cura ma si ripete.

Ed è proprio in questa ripetizione dell’eccesso – nonostante e proprio per il dolore – che si esprime la natura compulsiva della dipendenza.

 

 

Com’è una situazione in cui un sintomo si sviluppa, persiste e si rafforza?

 Fortunatamente, l’organismo umano è più intelligente dell’essere umano stesso, perciò ripete — finché qualcosa viene riconosciuto.

Non ripete per errore, ma per intelligenza autonoma, mostra ciò che non è stato integrato e frena attraverso il sintomo.


 

L’organismo segnala sempre gli stessi schemi, gli stessi desideri – a volte in modo che appare inevitabile o catastrofico.

 

Oppure lasciatemi dire che il corpo (l’organismo) possiede una propria intelligenza, una che supera la comprensione conscia dell’essere umano.

Ripete schemi, sensazioni e desideri finché non vengono riconosciuti.

E in questa ripetizione c’è una sorta di inevitabilità, come se il corpo fosse sempre un passo avanti, come se volesse guidare la persona verso una comprensione.

 

Il sintomo parla, per così dire, attraverso l’essere umano.

Esperienze pratiche dimostrano:

La sostanza sostituisce, anestetizza, protegge e disinibisce. Alcune affermazioni di pazienti:

 

Voci dalla pratica clinica

“Bevo finché il mio cervello si spegne.”

“Si tratta di superare il limite.”

“Voglio solo divertirmi.” 

“C’è sempre qualcosa che voglio reprimere.” 

“Cosa devo ancora fare, se nemmeno il disturbo alimentare basta – quanto devo stare male, perché qualcuno si accorga di me?” 

“Mi basta pensarci, e ho voglia – voglio sentirmi vivo.” 

“La mia paura del soprannaturale è tornata. È la paura della mia infanzia,

avevo sempre paura dei mostri in soffitta – ma nella mia testa sono molto peggiori.”

 

E nel lavoro analitico, il/la paziente esplora e riconosce che attraverso il comportamento di dipendenza ha creato per sé un proprio anestetico, un mezzo per sciogliere la paura e allo stesso tempo uno strumento che genera ricompensa e connessione – un farmaco personale.

 

E il/la paziente, nel corso del lavoro, riconosce che oggi, dopo tanto tempo, non ha più bisogno di quel mezzo, di quella stampella per camminare – ma la paura rimane.

E quella paura può essere sopportata anche senza il mezzo, anzi, proprio per questo.

 

 

Queste dichiarazioni chiariscono la funzione della sostanza come protezione, anestesia e rituale.

Essa sostituisce, struttura e mantiene sotto controllo il desiderio, oppure lo devia.

 

Le/i pazienti con dipendenza lo dicono chiaramente: non si tratta solo di piacere – si tratta di ricerca di riconoscimento, di connessione con sé, di una sensazione di controllo, che paradossalmente viene cercata attraverso la perdita di controllo.

 

Lo stato di ebrezza diventa un altro mondo, un mondo alternativo:

permette di sognare, di lasciarsi andare – di essere liberi, per un momento.


 

L’ubriachezza permette di sottrarsi al controllo in modo autonomo, e così di esercitare l’ultimo potere su se stessi.

Il paradosso è che la persona sceglie un’autonomia distruttiva.

 

 

E cosa succede se viene a mancare la sostanza?

Se l’elisir non c’è più e viene a mancare il punto di riferimento?

 

Cosa resta quando viene a mancare la sostanza – l’organizzazione della quotidianità intorno al procurarsi, al consumo, al rituale, al sollievo viene meno?

 

 

Cosa prende il posto dell’esperienza di sollievo dall’ansia, o dell’intorpidimento del dolore, dell’oblio del futuro o della repressione del passato, o cosa arriva ora come ricompensa? Cosa succede quando il momento reale si manifesta, non filtrato e non censurato?

 

Nella dipendenza spesso si crea una struttura organizzante della sofferenza e della vita. Quando questa viene rimossa, si crea uno “spazio vuoto” che all’inizio spaventa. Il vuoto potrebbe significare libertà, una libertà di gestire questo spazio vuoto, e questo spazio racchiude una possibilità:

 

La trasformazione dall’autodistruzione alla cura di sé.

 

Contesti teorici: akrasia, impulso, mancanza di senso

 

La dipendenza può essere intesa come espressione di akrasia – l’incapacità di seguire la miglior conoscenza. Aristotele descrive l’akrasia come un agire contro la miglior conoscenza, che corrode la volontà senza però annullarla completamente (Aristotele, Etica Nicomachea, VII.1).

 

Aristotele non vede l’akrasia come una perdita totale di controllo, ma come una debolezza nell’attuazione della conoscenza morale. L’uomo non è «cattivo», ma «diviso».

 

Anche il concetto freudiano di «compulsione alla ripetizione» (Freud 1920) e l’idea di Viktor Frankl del «vuoto esistenziale» (Frankl 1972) offrono prospettive importanti: la dipendenza come fuga dal senso di vuoto, come tentativo di riempire il vuoto.

 

Viktor Frankl parlava del «vuoto esistenziale», che alcune persone cercano di colmare attraverso sostanze o dipendenze comportamentali. La perdita di senso, la disorientamento o il vuoto spirituale sono talvolta descritti come «terreno fertile» per la dipendenza.

 

O forse si tratta di una «malattia della volontà», come ipotizza Benjamin Rusch?

 

  

O forse la dipendenza, come sostiene Kant nella sua filosofia morale, può essere considerata un caso di debolezza della volontà. Egli non parlava di malattia, ma ha coniato il concetto di «volontà spezzata». C’è un passo famoso da Macbeth (Atto 2, Scena 3), in cui il portinaio parla degli effetti dell’alcol:

«Lussuria, signore, eccita e disinnesca: risveglia il desiderio, ma toglie la capacità.»

 

Esistono molte teorie sull’origine della dipendenza e tuttavia rimane aperto, unica come ogni paziente che sviluppa la propria dipendenza individuale.

 

 

Non esiste una causa unica, ma è un insieme di molti fattori.

La dipendenza non nasce dalla debolezza, ma da una complessa combinazione di vulnerabilità biologica, ferite psicologiche e circostanze sociali.

 Pongo la domanda: come dobbiamo immaginarci una situazione o un ambiente di vita in cui una persona cade nella dipendenza, in cui cede e preferisce la via dell’ubriachezza piuttosto che della lucidità, in cui vuole sentirsi o non sentirsi attraverso l’ebbrezza?

 

L’ebbrezza e il desiderio

Il film Druk (titolo originale: Der Rausch) di Thomas Vinterberg mostra questo stato e anche l’ambiente in modo vivido e senza moralismi.

 

In esso cita più volte Søren Kierkegaard:

«Avere il coraggio significa perdere per un momento il proprio appiglio. Non aver coraggio significa perdere se stessi.»

 

L’ebbrezza significa cedere il controllo, ma proprio questo è difficile, e allo stesso tempo liberatorio. Il punto di equilibrio tra ragione ed estasi, tra desiderio e struttura sembra così difficile da mantenere.

Questo equilibrio, qualunque esso sia, spesso non c’è. L’ebbrezza, sia attraverso l’alcol, la sessualità o altri mezzi, offre l’illusione di questo equilibrio e di una connessione, apre il sogno e allo stesso tempo cancella la veglia.

 

Forse l’uomo non riesce così facilmente a trovare il centro dell’ebbrezza, perché allora sarebbe davvero con se stesso, forse questo è ciò che rende tutto così difficile.

Sia che l’ebbrezza venga cercata tramite alcol, droghe, farmaci o sessualità, sembra difficile trovare l’equilibrio.

 

Conclusione: si può risolvere l’irrisolvibile?

 Il lavoro psicoanalitico, psicodinamico ed esistenziale con i pazienti dipendenti non significa semplicemente “eliminare” il sintomo, ma riconoscerne la funzione, ascoltarne il linguaggio e, lentamente, nella relazione, permettere una nuova simbolizzazione.

Ciò che non può essere detto, può essere detto.

 

 È sesso, alcol, droghe, farmaci, cibo, gioco, internet, consumo...

 L’obiettivo dell’analisi non è la fine del sintomo, ma ottenere un rapporto diverso con esso, un rapporto più consapevole con il proprio desiderio, con la propria jouissance. E così la possibilità di vivere e non solo sopravvivere.

 

E se potessimo provocare l’ebbrezza in un altro modo, sia nell’incontro con un’altra persona, nell’accogliere l’ebbrezza dei sentimenti, nell’incontro con la natura, in un atto creativo di pittura, canto, danza o scrittura?


 

 

E se l’ebbrezza non fosse solo nell’intorpidimento, ma nell’abbandono? 

Se davvero vivessimo l’ebbrezza dei sentimenti con tutti i sensi.

Se sentissimo cosa vuole veramente L’ES e non fuggissimo dal Super-Io morale, allora sentiremmo noi stessi.

E se aprissimo qualcosa a un cambiamento di speranza che si allontana dalla jouissance distruttiva verso un’appagamento?

 

Come sarebbe l’idea di non bandire l’ebbrezza, ma di chiedere cosa vuole, se fosse sana, se potessimo passare da una fuga a una connessione, dall’autodistruzione alla trascendenza di sé? E se trovassimo l’ebbrezza nel momento in cui ci impegniamo in qualcosa di più grande, trascendendo noi stessi?

 

Forse in questo sta la «ebbrezza degli angeli» come una forma di estasi che non nasce dal vuoto, ma dall’abbondanza. Un’esperienza in cui il soggetto non si perde, ma si supera. Non meno intensa, ma più vera e affermativa, creativa, ispiratrice e connettiva. Forse la svolta non sta nell’astinenza, ma nella trasformazione dell’ebbrezza.

 

Manuela Wörle, Aggiornamento 08.06.25 Bibliografia (selezione)

• Aristoteles: Nikomachische Ethik. Stuttgart: Reclam, 1995.

• Fromm, E. (1973): Anatomie der menschlichen Destruktivität. Frankfurt/M.: Suhrkamp.

• Frankl, V. E. (1972): Der Mensch auf der Suche nach Sinn. München: dtv.

• Freud, S. (1920): Jenseits des Lustprinzips. In: GW XIII. Frankfurt/M.: Fischer. 

• Lacan, J. (1973): Encore. Le Séminaire, Livre XX. Paris: Seuil. 

• Rusch, B. (2015): Sucht als Krankheit des Willens. In: Journal für Psychopathologie, 21(4). 

• Žižek, S. (1989): The Sublime Object of Ideology. London: Verso. 

• Vinterberg, T. (Regie) (2020): Der Rausch. Nordisk Film.

 

Durante la scrittura ho utilizzato l’intelligenza artificiale come supporto per la ricerca e la correzione in modo riflessivo. Ciò che è rimasto l’ho scelto, riformulato e scartato personalmente; non è stato pensato in modo meccanico, ma elaborato con sforzo umano.

Il lavoro è stato tradotto dal tedesco all'italiano con ChatGPD; l'articolo in tedesco può essere richiesto.

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