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Dott. Angelo Villa

Psicoterapeuta

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Realtà e illusione

2025-07-14 13:03

di Maurizio Karra

FORT-DA numero 5/2025,

Realtà e illusione

di Maurizio Karra

La dipendenza da internet come patologia individuale e sociale

nell’analisi dell’antropologia culturale

Le dipendenze comportamentali rappresentano oggi una parte sempre più importante delle patologie affrontate nella psicoterapia individuale e di gruppo; ma rappresentano anche uno dei nuovi campi d’indagine a livello socio-culturale della moderna antropologia della salute, allargata all’analisi di fenomeni che presentano diverse sfaccettature e che si sono via via espansi dalle tradizionali patologie - legate al gioco, al denaro, agli affetti o al sesso – a nuove forme che sono spesso correlate con tutta quella realtà allargata che il mondo di internet e quello dei social media ormai rappresentano nell’utilizzo quotidiano anche degli adolescenti. Proprio l’uso abnorme e incontrollato di cellulari e altri device elettronici può trasformare comportamenti socialmente accettati e sostanzialmente “normali” in vere e proprie patologie a causa della loro connotazione qualitativa e, soprattutto, quantitativa.

 

Realtà e metaverso: vita reale e avatar digitale

La questione dell’unità o della “de-costruzione identitaria” della persona, come essere fisico e come avatar digitale, ha subito acquistato valenza e ha iniziato a essere oggetto di studio sia in sede psicoanalitica che in sede antropologica a causa non solo del sempre più elevato numero di persone che in tutto il mondo oscillano di continuo fra la loro condizione di esseri fisici e corporei e la loro dipendenza patologica a trasformarsi in esseri digitali e virtuali, talora anche con sembianze e approcci diversi, sia per il fatto che inizia a farsi evidente in molti “utenti” l’allontanamento fra queste due loro realtà, che tendono a non essere fra loro “assorbenti” e parallele, ma talvolta scisse, contrastanti, come se fossero frutto di un atteggiamento bipolare (se non addirittura schizoide) fra ciò che si è anche corporalmente nel mondo reale e ciò che invece si vorrebbe essere e che si tende quindi a mostrare quanto meno attraverso tutti i canali digitali che sono nati e, adesso, nel mondo dei social media e nel metaverso.

Anche da un punto di vista socio-antropologico appare necessario comprendere le cause e studiare gli stati di alterazione della socialità e della comunicazione che i nuovi media digitali hanno prodotto con il loro abuso quotidiano soprattutto nella generazione dei “nativi digitali” (si pensi al fenomeno degli hikikomori che hanno scelto di scappare fisicamente dalla vita sociale reale rifugiandosi solamente nel mondo virtuale), la cui stessa esistenza appare certificata, all’inverso di quanto dovrebbe essere, dalla loro presenza vitale nel mondo virtuale, come se il loro avatar su Facebook, Tik Tok, Twitter-X, Instagram & C., ognuno per altro diverso a seconda del social media interessato[1], rendesse certificabile la loro esistenza in vita più di quanto non possa fare la loro vita corporea e la loro presenza fisica in mezzo alla gente nel mondo reale.

         Il problema non sono certamente i social media, ma questi rappresentano un problema nel momento stesso in cui si trasformano da semplici strumenti di comunicazione, come sono le e-mail (che hanno sostituito le lettere cartacee) o i messaggi su Whatsapp o su altri canali di messaggistica (che hanno sostituito i vecchi sms o le telefonate in viva voce) in vetrine di condivisione della propria vita, delle proprie azioni, delle proprie emozioni, ecc. Capita spesso di vedere persone, soprattutto giovani, che maneggiano freneticamente ciascuno il proprio smartphone anche se camminano in gruppo o si trovano tutt’insieme in uno stesso luogo, anziché parlare fra loro e “socializzare” di persona parlando fra loro in modo reale e scambiandosi così emozioni, sensazioni, pensieri, commenti con il linguaggio della parola e quello del corpo. Magari si scambiano messaggi, like, immagini, emoticon l’un con l’altro, pur essendo a pochi metri di distanza, ma sembra che solo fissando su un canale social una parola, un’espressione, un’icona possano essere sicuri di affermare la loro esistenza. È come se il mondo si fosse inspiegabilmente capovolto, facendo sì che sia reale ciò che trova spazio in rete, mentre l’accaduto concreto non diventa reale se non è certificato e bollinato dalla sua presenza in almeno uno spazio social, di cui si diventa sempre più patologicamente dipendenti.

Questa nostra attualità tecnologica ha quindi di fatto generato una nuova divisione dell’umanità sulla base della capacità dei singoli di esserne parte o no; lo stesso era accaduto in passato quando le persone erano divise in due grandi categorie: coloro che sapevano leggere e scrivere e gli analfabeti. Ebbene, ora questa nuova “alfabetizzazione” non consiste solo nella capacità di utilizzo degli strumenti informatici e di internet, ma passa anche attraverso il possesso e il continuo uso di uno o più account e profili per accedere e partecipare ai nuovi linguaggi dei network digitali, senza i quali “non si è nessuno”, come dicono coralmente tanti giovani, dato che sono proprio le persone più giovani, percentualmente, gli utenti più numerosi della rete e i possessori di più account.

Non è casuale se «l’esigenza di riconoscimento sociale in rete occupa oggi un posto preponderante nei desideri del singolo utente, che sovente si riversa nel web alla ricerca di uno spazio “altro” in cui potersi esprimere, mostrare e ri-vedere, ossia ri-conoscere»[2]. La rete diventa una sorta di teatro dell’evidenza di sé stessi, debordando in molti casi in una forma di dipendenza e di narcisismo in cui la dialettica della comunicazione non dà spazio a introspezioni, ma solo a parvenze, esteriorità, momenti effimeri che non riescono a dilatarsi perché spesso non hanno nessuno spessore che vada al di là di un emoticon o di un like atti a testimoniare, tuttavia, solo una presenza assente.

Grazie alla rete e alla presenza, spesso ossessiva, sui canali social, noi dimostriamo di esistere e di vivere, «siamo e contemporaneamente siamo rappresentazione, in un continuo andirivieni di condizioni esistenziali»[3]. Il passo decisivo è compiuto dal fatto che con gli ambienti social possiamo agire sul web e, contemporaneamente, nella realtà fisica. E possiamo fare questo essenzialmente attraverso il linguaggio, con cui riusciamo a dare una definizione di noi stessi e a costruire (o ri-costruire) la nostra identità on-line. Il raggiungimento di questo obiettivo è legato, tuttavia, alla nostra capacità di suscitare emozioni anche negli altri: noi esistiamo se gli altri ci consentono di esistere offrendoci un contesto spazio-temporale anche effimero, quello di un like o di una condivisione, offrendo alla nostra misera consapevolezza delle vita reale una scialuppa di salvataggio per una conseguente esistenza “altra”, evidentemente più appagante di quella reale, più connotativa in base al numero delle interrelazioni che essa provoca.

Per questo alla fine i social sono il teatro degli antipodi: in vari studi delle interrelazioni sociali attraverso la rete si evidenzia che nessuna scala di grigi può servire a fornire o corroborare un’esistenza espressa attraverso un tweet o una chat, ma solo bianchi e neri, pollici recti o pollici versi. Le condivisioni, da cui pian piano tutti diventano dipendenti, sono il vero lasciapassare della nostra continua iniziazione all’esistenza, l’unica possibilità di lasciare una traccia della nostra vita rendendola condivisa socialmente con altri “amici”, “follower” o “utenti” che si accorgeranno di essa leggendo un nostro post, vedendo un’immagine o un video e lasciando a loro volta traccia del loro passaggio nel corpus della nostra esistenza solo grazie a quei like espressi in varie forme. Comunico ergo sum, verrebbe da dire parafrasando Cartesio, se non fosse che adesso l’interazione non passa nemmeno più dal piano della comunicazione (cioè dei contenuti), ma già da quello della semplice ed elementare trasmissione (cioè del contenitore). Il riconoscimento è un bisogno così sentito che si è sviluppata una nuova necessità, sintetizzabile con una frase di Bauman: «Si parla di me, dunque sono»[4].

Sul piano sociale la vita dell’avatar che abbiamo creato sui social trova quindi alimento solo dalla condivisione degli altri: noi esistiamo solo se gli altri si accorgono di noi e magari approvano ciò che postiamo; quindi dalla consapevolezza della nostra esistenza attraverso i sensi della nostra naturale corporeità siamo ormai costretti a ri-pensare a noi stessi solo attraverso la continua sperimentazione dell’accettazione degli altri: più sono questi altri, più reale appare la nostra esistenza nella logica della community, nella quale immediatamente ci fondiamo e ci “con-fondiamo”, tuttavia, con quella degli altri utenti in un continuum che tende all’infinito. Ma questa realtà rimane virtuale nel momento stesso in cui nasconde la doppia possibilità del nostro “essere” con il “poter essere”.

Ma creare o fare parte di un gruppo significa condividerne le finalità e le regole; significa anche pensare come gli altri o in maniera simile a quell’insieme di altri di cui chiediamo l’approvazione e la condivisione e a cui diamo analogamente approvazione e condivisione; significa avere un pensiero collettivo che accumuna tutti i suoi membri, grazie ai quali le esistenze parallele trovano la forza di diventare esistenza collettiva, quindi gruppo sociale, seppur virtuale, ma con una forza espressiva come se si trattasse di una tribù o di un clan reale: l’intenzione del gruppo di comunicare (e di realizzare) qualcosa spinge a sua volta un individuo a compiere delle azioni collettive e collettivizzanti[5]. Pensando tutti nello stesso modo è più facile agire per l’interesse del gruppo, mentre pensando in maniera diversa si è fuori, spesso irrimediabilmente e definitivamente. Si è soli: quindi non si è.

 

Identità personale, identità sociale, identità collettiva

La questione dell’identità va a questo punto esplorata nella dinamica collettiva, ossia nel rapporto che il sé ha con il gruppo sociale di cui fa parte. Nei social network avviene proprio questo continuo raffronto tra un mondo personale (quello del proprio diario) e un mondo collettivo (quello della rete sociale in cui l’utente si esprime e compie le azioni). Esattamente come nella realtà fisica, anche nella virtualità ibrida l’io proietta il proprio sé in un insieme, un “altro generalizzato”, ossia in una «forma [con cui] la comunità esercita il suo controllo sulla condotta dei singoli membri; perciò è in questo modo che il processo sociale o la comunità si inseriscono come fattore determinante nel modo di pensare dell’individuo», come aveva chiaramente evidenziato nella società reale già prima della metà del ‘900 uno dei padri della psicologia sociale, George Herbert Mead[6]. Esiste, quindi, una relazione dialettica tra l’individuo e il gruppo sociale di cui egli è parte, anche se virtuale, che consente al primo di modellarsi e di modificarsi a seconda del ruolo e delle esigenze espresse dalla comunità, anche se questa è a sua volta virtuale, ma espressione di un insieme di individui reali. In pratica, l’individuo vede sé stesso tramite il suo riflesso negli altri, avendo quindi la percezione e la visione di un suo doppio di cui diventa quindi dipendente.

Possiamo dire che la tecnologia oggi aiuta l’uomo a essere più performante anche nella sua capacità di cogliere la sua stessa esistenza, amplificandone le potenzialità e soccorrendo nel quotidiano le sue angosce esistenziali; si può quindi considerare la tecnologia come dimensione costitutiva dell’essere umano: quella digitale, in particolar modo, rappresenta di fatto un modello di rappresentazione dell’uomo nel tempo presente, imponendo i suoi principi anche nelle relazioni sociali.

Di fronte a uno sviluppo sempre più accelerato della tecnica, con la creazione di universi paralleli di cui il metaverso si sta facendo a sua volta interprete, l’uomo rischia tuttavia di essere gravato da un’ulteriore valanga di insicurezze che provengono dal mondo artificiale: per questo, per poter mettere sotto controllo l’artificiosa realtà e placare l’insicurezza che ne deriva, è costretto a costruire sé stesso in modo da non potersi mettere in discussione nell’universo tecnologico[7]. Semmai, è proprio la tecnologia digitale, per la sua estensione e capillarità, a pervadere ormai la vita di persone che, per sentirsi vive socialmente, hanno l’esigenza di creare un’identità digitale che le distingua e le contraddistingua dalla massa informe del gruppo, in modo tale da poter vivere dentro l’universo digitale amplificando la propria corporeità o addirittura sostituendola, proprio come accade nell’affidare il sé digitale a un mondo che si fa esso stesso un avatar, proprio come la realtà aumentata sta cominciando pian piano a dimostrarci con i suoi recenti sviluppi.

Ma già nel me espresso attraverso i social ci sono tutti gli stimoli che ipoteticamente gli altri rivolgono verso la singola persona e che l’io, per essere tale e per essere quindi riconosciuto, deve compiere. Nel momento stesso in cui l’io compie un’azione, essa è il risultato dello stimolo del me, ossia di un mio primo riflesso. Ogni elemento inserito in rete ha l’obiettivo di completare sempre di più questa identità virtuale, come una sorta di puzzle in continuo divenire: ma così come ogni azione caratterizza l’individuo che la compie nella realtà, ogni atto in rete aumenta il completamento dell’io virtuale, come giustamente sottolinea Antonio Damasio, per il quale «il sé soggetto (come soggetto della conoscenza, come “io”) è uno strato neuronale più complesso che in qualche modo si rapporta continuamente con il sé oggetto per dare origine a nuovi gradi di conoscenza del corpo e di ciò che lo circonda»[8].

I social network rimediano totalmente questo processo adattivo creando, di fatto, una riflessione in più, dato che il profilo di una persona che opera nel mondo social, di fatto, è un’immagine di sé che il soggetto cura continuamente e che cerca di migliorare e arricchire ogni volta che accede alla rete. Questo “medium” agevola per certi versi la costruzione identitaria, poiché, a differenza della realtà, l’individuo può vedere il suo sé modificandolo continuamente (e a suo piacimento), fino a quando ritiene che sia il più vicino possibile all’ideale che ha in mente.

Tuttavia che di personalità multiple si possa parlare è anche lecito se la stessa persona che opera sui social apre un ennesimo profilo di dating in un sito di incontri per trovare l’anima gemella: in quel caso magari fornirà un’altra (l’ennesima) espressione di sé, proponendo un’ulteriore identità che lo faciliti nella ricerca della persona desiderata. Il problema è che ogni profilo che viene costruito (quello su Facebook per esempio è sicuramente diverso già da quello di LinkedIn) è particolareggiato ed è studiato per essere accettato all’interno di un particolare contesto sociale che opera su quel particolare network; e il proliferare dei social fa da detonatore alla proliferazione di vari e variegati profili, ognuno diverso e adatto al gruppo destinatario della connessione. Se quindi si apre anche un profilo su un sito di dating, probabilmente saranno inserite informazioni ancora diverse rispetto a quelle che si pubblicano sugli altri profili generici o professionali, perché mutano ulteriormente l’obiettivo e il gruppo sociale a cui ci si rivolge e in cui quindi ci si rispecchia o si cerca la socializzazione. E questo ulteriore passo nell’esercizio della virtualità sarà il sintomo della necessità di prodursi in un ulteriore rispecchiamento di sé fin tanto che i sé costruiti in modo virtuale per i vari social e i vari siti finiranno con il costituire magari un puzzle di sé, o meglio dei tanti sé, cioè di personalità multiple che potrebbero in realtà pian piano finire con l’essere abbandonate nell’etere quando non sono più utili. Alla fine, il risultato è che voler esistere su più social network causa da un lato una sorta di disseminazione identitaria, che necessita evidentemente di un continuo lavoro di collage per avere una visione d’insieme dell’io, ma contemporaneamente significa vivere più identità. E questa non è di fatto una patologia?

D’altronde, alla base c’è in genere il bisogno dell’individuo, insoddisfatto del contesto socio-culturale moderno in cui vive, di percepirsi diverso, di mostrarsi diverso; c’è il bisogno di uscire da un vissuto di anonimato sociale, all’interno del quale sente di non contare nulla, e per soddisfare questo bisogno uno dei modi che la persona ha imparato a sviluppare è quello di creare una situazione sociale “extra-ordinaria” in cui esporre ai like di un numero potenzialmente infinito di spettatori un’immagine di sé ideale e altamente controllata[9]. È in questo contesto socio-culturale di bisogno che l’antropologia ha contribuito a evidenziare, accanto alla psicoterapia, come i social media hanno a loro volta trovato la propria ragion d’essere, offrendo alle persone un’opportunità nuova di gratificare istantaneamente i propri bisogni di ammirazione e riconoscimento, modificando in tal modo, nel contempo, l’approccio culturale della realtà sociale; a costo di diventarne succubi, schiavi, dominati.

 

La deriva del narcisismo culturale

Christopher Lasch già nel 1978 aveva coniato l’espressione “narcisismo culturale”[10] suggerendo che è la società stessa a provocare nelle persone un’ansiosa preoccupazione per l’impressione che si produce sugli altri e per la ricerca di gratificazioni narcisistiche. Ma sono soprattutto le nuove generazioni, nate e cresciute in un’epoca storica che le pone di fronte a modelli di identificazione perfetti e a ideali irraggiungibili, a essere caratterizzate da una fragilità narcisistica di fondo, che genera in loro la paura di restare sole, di non essere apprezzate o riconosciute perché non sono o non si ritengono comunque all’altezza delle aspettative degli altri, siano essi i propri familiari, gli amici, i compagni di scuola o comunque gli altri in generale facenti parte dell’universo della rete davanti al quale si espongono[11]. Alla fine rappresenta anche un aspetto fondamentale che orienta l’adolescente nel processo di crescita, ma che diventa davvero una patologia quando non ci si stacca dalla fase adolescenziale del proprio percorso di crescita e di maturazione e, anche da adulti, si rincorrono narcisismi fuorvianti.

L’ambiente post-moderno in cui viviamo, d’altronde, ci porta a vivere in metropoli dove si vive spalla a spalla con decine di migliaia di sconosciuti e l’ambiente in cui si vive è sovraffollato, tanto che molti dei luoghi da noi frequentati diventano banalmente dei “non-luoghi”, privi di contesto e di interrelazioni proprio a causa del sovraffollamento di individui che però non si relazionano fra loro[12]. In siffatte situazioni l’individuo vive nell’angoscia di aver perso la speranza di fare la differenza.

Evidentemente è in quest’ottica che i social rappresentano, non solo per le nuove generazioni, un’opportunità, inesistente nel passato, anche di sperimentarsi in diversi ruoli, in identità molteplici, e di essere riconosciuti come soggetti autonomi o guide di gruppi sociali che ne imitano le azioni e i pensieri, o più banalmente ne approvano i post. Varie ricerche sociologiche condotte sui nuovi media hanno messo in evidenza che sono proprio le persone più sensibili al giudizio altrui, bisognose di approvazione, con un’autostima più fragile e più narcisiste, in particolar modo quelle più vulnerabili, a passare più tempo sul social: una conferma, questa, del fatto che la personalità condiziona il comportamento non solo nella vita reale, ma anche in quella virtuale. Ma l’interazione fra mondo reale e mondo virtuale si pone, come già detto, anche in un’altra evidenza: quella del bisogno di approvazione; per una persona che si considera esteticamente piacevole o bella sembra questo l’ago della bilancia che fa propendere alla scelta di sottoporre il proprio corpo al giudizio altrui, pubblicando continuamente immagini di sé. Al contrario, la scelta di isolarsi, restando a guardare senza pubblicare alcuna foto, è da intendersi come un ulteriore sintomo di una non accettazione della propria fisicità corporale.


 

[1] Un recentissimo studio (“Digital News Report 2023”) curato dall’Università di Oxford e dal Reuters Institute parla addirittura non più di dualità fra l’io reale e l’io digitale, ma di frammentazione e diversificazione dell’io.

[2] Lorenzo Denicolai: “Riflessioni del sé. Esistenza, identità e social network” - da “Media Education”, vol.5, n.2, anno 2014.

[3] Ibidem.

[4] “Modernità liquida” – Cambridge, 2000; trad. it. Bari, 2011.

[5] Cfr. John Rogers Searle: “Coscienza, linguaggio, società” – New York, 1998;  trad. it. Torino, 2009.

[6] “Mente, sé e società” – Chicago, 1934; trad. it. Firenze, 1972.

[7] Cfr. Ubaldo Fadini: “Sviluppo tecnologico e identità personale: linee di antropologia della tecnica” – Bari, 2000.

[8] Cfr. “Il sé viene alla mente. La costruzione del cervello cosciente” - Milano, 2012.

[9] Cfr. Luciano Di Gregorio: “La società dei selfie. Narcisismo e sentimento di sé nell’epoca dello smartphone” – Milano, 2017.

[10] “The culture of narcisism” – New York, 1978-1991.

[11] Cfr. Matteo Lancini-Loredana Cirillo: “Le paure degli adolescenti” – da “Psicologia contemporanea” n. 266, 2018.

[12] Cfr. Marc Augé: “Non luoghi” – Parigi, 2019; trad. it. Milano, 2019.

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